La scoiattolina e il caramello

Conosco Folenaire!

Invece che andare e dirle “Hai degli occhi da scoiattola veramente belli”, non direbbe niente e scriverebbe una storia. Si perderebbe negli occhi della scoiattola fingendosi un cerbiatto e la porterebbe in groppa su per i monti, fino ad incontrare le marmotte. E poi le farebbe invidiose degli occhi della scoiattolina.

Continuerebbe a correre come il cerbiatto e arriverebbe in compagnia fino alla cascata, lì dove sorge il torrente. Racconterebbe che ci sono delle ottime ghiande lassù e che la scoiattolina ne va matta. Rimarrebbe le ore seduto con lei ad ammirare il mondo dalla cascata di caramello.

Finiscono all’inferno quelli così, ne son sicuro. Magari se glielo chiedi, non gli dispiacerebbe neanche.

Jolly Roger

C’era un ventaccio quella sera, freddo, e proveniva dal mare. L’acqua dell’oceano arrivava in strada strada. La luce dei lampioni veniva diffusa al di sopra dei tetti dalle gocce d’acqua che sbattevano e rimbalzavano e sbattevano ancora sulla banchina, sulle panchine, sulle case, sui tetti, come a volersi arrampicare fin sulla luna.

Il cielo era terso, Orione disteso sotto l’aura della Luna più tonda.

L’aria era strana, oltre che fredda e movimentata. Sembrava voler scherzare con i capelli e col cappello. In mare una luce appena visibile, lontana.

Il naso contro il vetro

Il Café è buio.

Sul palco c’è un uomo seduto su una sedia, camicia sbottonata, gambe accavallate e chitarra in mano. Un faro ad illuminarlo.
E’ solo, suona e canta. Non so quando ha cominciato ma è come se stesse lì da una vita. Ogni tanto sposta il ciuffo dagli occhi.

Non c’è nessuno lì ad ascoltare, non c’è nessuno lì sul palco, ma è come se ci fosse un pubblico e qualcun altro stesse suonando con lui. Come se ci fosse un omone alla batteria, una squadra di archi, un gruppo di fiati, delle coriste lì in alto, e due violinisti a passarsi le note come palline da ping pong.

Non c’era nessuno, per lui.
C’era un vetro appannato, uno solo. Un riquadro della vestrata della finestra più vicina al palchetto, non chiaramente visibile all’uomo con la chitarra era appannato.

Una ragazza, poggiava il naso infreddolito al gelido vetro della finestra. Aveva un cappello grigio e un vestito di lana lungo fino alle cosce, calze scure e scarpe basse. Rosse. Capelli scuri, lisci, occhi castani e lucidi per il freddo, nasino all’insù e labbra precise, perfette. Il suo respiro appannava il vetro.

L’uomo se ne accorse, la vide: aveva i capelli biondi, mossi, occhi chiari e labbra carnose, naso schiacciato contro il vetro. Quando lui incrociò il suo sguardo, la ragazza premette maggiormente sul vetro. Anche la mano sinistra era poggiata sul vetro come volesse trapassarlo e arrivare su quel palco e spostare il ciuffo dagli occhi all’uomo.

Lui continuò a cantare e a suonare.

Quelle labbra sporche di cioccolata

Passeggiava fra le bancarelle, buttando un occhio qua e uno là. La vittima innocente di quel bianco pomeriggio era persa fra montagne di cioccolata.

Ciuffi biondi e ricci, sopracciglia poco marcate e molto chiare, occhi in fuga, probabilmente azzurri. Non l’aveva guardata per bene, era rimasto abbagliato dalla sua chioma perfetta e suadente, ma sopratutto dalle sue labbra.

Carnose e prepotenti avevano catturato la sua attenzione andando a toccare la parte più delicata che alimenta le voglie di un demone. Il desiderio e la fame di anime. Quelle labbra erano già propense al peccato, provocate dalla miriade di venditori e bancarelle.

Non poteva esserci anima più facile da catturare. Le labbra della ragazza avevano slacciato le catene all’Infernale, niente più poteva trattenerlo da prendersi la sua anima e le sue labbra. Seguiva la scia lasciata ricci provocanti come quella una comenta. Era fatta, doveva solo tessere una piccola trappola convinto che la ragazza avrebbe ceduto quasi istantaneamente.

Cosa accadde? Lei scomparve nel nulla sotto una marea di scaglie di cioccolata. Il demone scatenò una tempesta di dolci e sapori e profumi, rivoltò le bancarelle spazzando via venditori e i peccatori. La tempesta non valse a nulla: la ragazza sparì portando via con se quelle stupende labbra sporche di cioccolata. Ciò che rimase al demone fu solo il cioccolatino che la violò e un riccio biondo caduto per terra, posatosi accanto alla pepita morsa.

Le Chocolat du Démon

Les démons ont toujours faim des âmes.

On raconte qu’il a un démon qui aime les doux qui a conçus un piège. Il est un maître chocolatier. Il est capable à faire un chocolat chaude très fort, très bon, très intense que une fois que la victime l’a bu, elle ne peut pas s’enfuire du démon.

Quand la victime termine le chocolat, le demon déclenche le piège: la victime est encore ivre et le démon saisit l’occasion pour poposer un proposition. Un affaire.

Personne ne sait ce que le démon va proposer, mais on sait que le démon a toujours gagné.
Quand le démon pose l’affaire on peut faire deux choses: accepter ou mourir.

Il Papiluscio

Erano qui, le avevo prese.

Preso!
il papiluscio.
Intrappolato nel pugno.
Soddisfatto
impasto un desiderio

Preso,
come le parole.

Ci sono, eccole!
Bisogna solo metterle giù, ce le ho.

Non sono parole.
È lo stomaco
sprofonda
cede
cade come un masso in una fossa nell’oceano
verso il centro della terra.

Chi ha legato le gambe al masso?

Eccole, le parole!
Sono sulla lingua
si fanno largo
navigano sulle pupille
ronzano per aria vicino le orecchie come le zanzare
e su un pezzo di carta
riposto in tasca
si inabissano con la pietra.

Pronto a soffiar via il Dente di Leone,
col desiderio a inumidire le labbra,
dissolto il pugno
viene sorpreso un solcato vuoto.

Sfugge Mercurio,
artefatto papiluscio concessore di illusioni,
lasciando al medesimo trepidante vuoto
delle parole ora dissolte.

Sarà una fredda domenica americana.
Sarà un lento risveglio, caldo e dolce: pasta, crema, latte, caffè.
Sarà una mattina pigra..
Lentamente la giornata proseguirà, una partita di pallacanestro, oppure un cinema, e poi una passeggiata e c’è anche la pista ghiacciata e una cioccolata calda.
Poi sarà tutto da scrivere..

A mia discrezione

Qual è la cosa più importante del mondo?

silenzio
Non mi viene in mente niente. Forse, finché sei in vita, la libertà? Perché se te la tolgono – la libertà – puoi sempre prenderti la libertà di togliergli la libertà di togliertela – la libertà. O forse non lo so. Ma so cosa sarà importante anche se ora non lo è. Lo è potenzialmente senza essere – non esserlo. Non è ma sarà e sarà sicuramente importante perché non potrà essere altrimenti.

Ma la libertà è banale!

Può sembrarlo.

Ma una cosa importante veramente importante?

.. e una cosa bella?

Lo sguardo di una persona in un istante preciso: quando scopre di essersi persa, quando si smarrisce dovunque essa sia e in qualunque situazione, quando non sa più a cosa credere, quando perde per un piccolissimo attimo anche una pur minuscola certezza, quando crede di essere impazzita, quando crede di poter perdere qualcosa che non ha ancora ma che desidera ardentemente. Quell’istante lì, proprio il momento in cui crolla il pavimento e non ci sono più i muri, quegli occhi. Quello sguardo lì è bello.
Tipo quando si spegne la luna.

Hai visto la luna spegnersi?

Qualche volta, e la prima volta sono caduto in mare e ho visto una medusa arancione gigante. Poi si è trasformata in luna. Forse quello sguardo lì non vale perché è durato più di un istante. Forse è stato più bello. Ma più bello del bello fa strano.

E sai cosa è importante?
È qualsiasi cosa tu voglia, che sia materiale, spirituale, fisica, morale o immorale, a colori o in bianco e nero, che profumi o puzzi, che rida o pianga o ti faccia ridere o piangere e pensare. E ci puoi aggiungere qualsiasi cosa tu voglia e puoi toglierci quello che vuoi, è per te. Non ci sono limiti nè condizioni, ci sono paure, sogni, c’è dolore e sopportazione. C’è tutto.
Mare, montagne, paesi, paesini, metropoli, c’è qualsiasi cosa e vedi questa cosa ovunque ti giri; e quando pensi solo a te stesso credi che vada bene comunque.
chissenefregasenoncipensocipensogiàcosìtantocheperoggipuòbastare
È questo, per me è questo. È l’amore e l’odio e anche l’indifferenza, ciò che esiste e non esiste.
Potrei continuare ma mi fermo.
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Il Paese dei Cappellai

Il Paese dei Cappellai è uno dei tanti paesi strani di questo mondo.

Qui le strade sono tutte lastricate di basalto, scuro e splendidamente lucido sia che piova sia che sia bel tempo. Le strade di questo paese sono molto pericolose quando bagnate, capita spesso di scivolare e di perdere il cappello.

Perdere il cappello nel Paese dei Cappellai è la cosa più sgradevole che possa succedere. La vita di un uomo è impostata in base al cappello che porta: mestiere, frequentazioni, cultura, autorevolezza, potere e qualità quante più ne riuscite a trovare. Qui non è l’abito a fare il monaco, ma il cappello fa l’abito il quale fa il monaco.

I cappelli costano un occhio della testa, qualche volta un rene altre volte delle dita oppure una gamba, volendo tutte e due gambe; una casa oppure l’auto o i figli. Anche l’anima. I cappelli non si comprano con soldi. Possono essere scambiati con altri cappelli, ma non possono essere rubati. Il furto del cappello viene scontato con l’esilio o la pena di morte, a scelta del cittadino.

Alcuni preferirebbero morire piuttosto che venire esiliati senza cappello.

I cappelli si prendono dal cappellaio e cappellai si nasce. Mi correggo: cappellai lo si può diventare se il cappellaio decide di scambiare la sua bottega con qualcosa. Le botteghe non possono essere comprate: la bottega non è sempre ereditabile. Il figlio di un cappellaio può non meritarla e il cappellaio può scegliere di tramandarla adottivamente come ai tempi dell’Impero.

Capita a volte che qualcuno perda il cappello al gioco e non c’è peggior disonore: la perdita del cappello comporta la perdita della moglie, dei figli e delle proprietà tutte. Il buon cuore del vincitore può salvarlo dalla vergogna solo restituendogli il cappello.

Far cadere il cappello per terra in pubblico, per strada o a teatro, a lavoro o davanti casa, è un’ulteriore vergogna. A differenza della perdita del cappello al gioco non comporta perdite reali se non l’amicizia e il rispetto delle persone presenti all’avventimento. Difficilmente una ragazza concederà le sue grazie al fidanzato la sera e i primi giorni a seguire l’infausto evento.
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Joglar e il fischio all’orecchio destro

Non chiedetevi come certe cose accadano, a volte bastano poche parole. Poche parole e una buona idea che può sembrare stramba.

Non spaventatevi della sua misantropia, è sulla stessa medaglia del filantropo.
Le sue parole sono cangianti e potrebbero tormentarvi, state ben attenti.

Da tempo aspettavamo una qualche evoluzione della vicenda, aspettavo; ed eccola qua!

Joglar n’est pas un homme. Joglar est un homme. Joglar est tout et rien.

La Porta Arrugginita dell’Inferno

Quella volta Dante rimase fuori della porta dell’inferno.
Non per molto.

Enorme e purpurea quella porta gli si presentò persino spalancata. Ma Dante attese. Al di sopra della porta, poggiate su dei rampicanti che la contornavano c’erano due aquile. Lo fissavano e minacciose camminavano avanti e indietro. Dante doveva oltrepassare la porta ma decise di aspettare Virgilio.

Ironia della sorte nel frattempo gli si presentò un ometto proveniente da Firenze. Vi chiederete se Dante lo conoscesse, quanti abitanti volete che avesse Firenze all’epoca? Eppure no, non lo conosceva: il nostro Dante non è fiorentino.

Erano in due a dover oltrepassare quella porta allora: uno in attesa di Virgilio e l’altro in attesa di quel che aspettava il primo.

Raccontata così è un po’ ilare la nostra storia, ma così non è.

Oltre la porta c’era un giardino oscuro e misterioso, c’era un aeroporto, un oceano e un nuovo continente da scoprire. E poi c’erano tanti gabbiani e lucertole e vermicelli striscianti e rotolanti. E tanti occhi vispi e curiosi.

curiosità

Le piante, le pareti e il soffitto e le stelle e la luce e il buio e le sedie e il pavimento di quel posto erano impregnati di curiosità.

Il Vento del Nord

E’ freddo, a volte gelido. Succede che scontrandosi col clima indigeno porti scompiglio.

Il Vento del Nord è un gran narratore. Narra di solito di luoghi sconosciuti, anche a nord.
E se sei a nord ti chiedi: ma da dove arriva questo vento?

Racconta di viaggi, di navi e vichinghi, di fiumi e di ponti. Racconta di tetti spioventi e strade lastricate in basalto. Racconta di belle donne, belle, chiare, slanciate. Glaciali all’apparenza, intoccabili. Come tutte, del resto.

Il Vento del Nord è bianco.

A sera smuove le tende e fischia e balla con la fiamma della candela poggiata sul tavolo, accanto al mio tè. A volte suona con noi, canta e racconta. Siede con noi davanti al caminetto e gioca con il fuoco.
Ama raccontare delle sue donne bianche e bionde e belle, il Vento del Nord. Ama raccontare delle sue strade e della Neve, non beve caffè e suona la cornamusa. Ama l’acqua. Gioca con le tende e con il fumo uscente dai camini.

E’ svelto il Vento del Nord.

Quasi come tutti i venti racconta di lunghi viaggi. Ha visto i pesci del Nord e le aurore boreali, ha visto gli orsi e le renne. Dicono sia lui a consegnare i doni e non Babbo Natale. Altri sostengono sia il Vento del Nord a trasportare Babbo Natale.

A nord non ci sono mai stato e i suoi racconti mi hanno incuriosito. Il Vento del Nord potrebbe spaventare, bisogna stare attenti a quel che dice.
Il Vento del Nord non scherza. Il Vento del Nord è sensuale.

Va quasi sempre di fretta, il Vento del Nord; e mentre va
racconta.

Chi cerca cosa?

Giornate da vegetale senza aver neanche bevuto un goccio.
Capitano. Basta qualche ora in controtempo e il bioritmo mai erratamente così preciso, più del miglior orologio svizzero, poco abituato e alterabile dai periodi ciclici non femminili ma altrettanto dannosi.. ecco che ti gioca questo brutto scherzo.

Succede che non funziona il caffè, succede che non funziona il riposo, non funzionano i pasti, non funziona neanche una delirante passeggiata pomeridiana. Proprio sul momento del collasso anzi, poco prima, qualcuno tenta un’inversione di rotta.

suddenly

Piccoli vortici dorati e una sacca blu. Era vicino la delirante incomprensibile campanella dietro un bancone di dolci ad una festa rossa. Rosso sbiadito con i tempi che corrono, non certo viva come il blu della sacca. La solita sigaretta, solito fumo in vorticante da una canna fumaria sinuosa come le curve della notte in cui tentano di speronarti in tangenziale cercando di nascondere gli occhi dietro la canna di una pistola. Una scena banale. No, non banale. Immaginata, un film, per caso, per strada. E sembrava ci fosse l’orizzonte dietro. Lo cerchi.. no! Non c’è l’orizzonte, ma due torri. Una e mezza.
Quasi New York, quasi una mostra d’arte e l’ingresso lì dove un segnale di fumo vorticante dalla ragazza delle impazzite giravolte sonore della campanella delirante indica. Ho visto un artista ebreo nei paraggi. Gli stessi paraggi del film.

Non può essere completamente da buttare questo pomeriggio, la giornata. No! Cerca bene, c’è un segreto da queste parti. Deve esserci. Una stanza intera di segreti, piena di pagine, e parole e lettere e spazi. No! Non c’è. Come no? Cerca bene. Chiedi. No, non chiedere. Cerca. Eccolo! E’ l’ultimo segreto, ma non dirlo a nessuno, potrebbe a saperlo! Chi? You-know-who.

Poi
così
per caso
il colpevole becchino
viene beccato
a sospirare

colpevole
sospira

Hai visto un becchino colpevole sospirare? No! – Non l’ho visto. – Non ho mai visto un becchino.
No?
Forse sì. – Forse sospirava.

Fu catturato da un uragano di lame alla ricerca.
Alla ricerca di cosa?

La cercarno per mari e per monti, armati, nudi, sanguinanti. Qualcuno si meravigliava di cosa facessero questi uomini pur di trovarla.

La risposta c’è, ma ironia della sorte arriva al momento sbagliato. Come sempre. Quando è ora di abbassare le saracinesche, e spegnere i fari.
C’è da rimettere in sesto il bioritmo, meglio non metterlo troppo alla prova..

.. per i tempi che corrono.

Il Conto alla Rovescia

In città comparvero ovunque conti alla rovescia. Il primo apparve nella grande piazza. Era sabato sera e la piazza pullulava di gente, come tutta la città.

I numeri erano rossi. Per qualche minuto il tempo rimase fermo, e una ad una le persone alzarono lo sguardo sulla torre, sotto l’orologio. L’orologio si fermo, le campane suonarono e il conto cominciò.

Estraniati e preoccupati, cominciarono ad agitarsi nella piazza. Cosa voleva dire? Qualcuno si accorse che il proprio orologio si era bloccato e sui telefoni scomparve l’ora. Comparve un rosso conto alla rovescia.

In men che non si dica le forze dell’ordine si misero all’opera cercando di capire da dove venisse proiettato. Cercarono di oscurarlo, non ci riuscirono; oltre al conto già esistente ne comparve un altro. Cercarono di oscrurare anche questo, ne comparvero altri dieci.

Tutta la città si riempì di timer.

Quanto tempo mancava? E cosa volevano dire?

Il Vestito Rosso

Aveva un vestito rosso
sarebbe bastato.

Quel vestito rosso: Il Vestito Rosso. Ma di un rosso bello, pieno, brillante.
Ecco cosa prova il toro, faccia a faccia col torero e il suo mantello rosso. Solo in un’arena, il toro, il torero e il mantello.

Sarà il rosso del mantello o il suo sventolare a far imbizzarrire il toro?

Eppure non si tratta solo del vestito, rosso, bello, giusto. Saranno anche quei capelli biondi, sguardo sbarazzino e sorriso imbarazzato.

Ma quel vestito, rosso, ha acceso un occhio di bue lontano una unità astronomica.