Se la regina cade

Quando una battaglia va avanti per troppo tempo succede che dimentichi perché la stai combattendo.
Questa infinita partita a scacchi mi sta prendendo un troppo tempo. Dovrebbe essere bella che finita e dovrei aver vinto. C’è una mossa, una e una sola e il mio avversario sarà sconfitto. Una e una sola è quella giusta, altrimenti perdo.
Non ricordo neanche più chi è il mio avversario.

Stirner sembra essersene accorto: è salito sul tavolo e annusa la scacchiera. Stirner è troppo intelligente per far saltare per aria i pezzi con le sue zampette, annusa la tensione fra me e i pezzi. Avverte la differenza fra i pezzi schierati e quelli a riposo, sul tavolo: percepisce la differente tensione fra i due.

Mi guarda. Vuole sapere cosa sto facendo, o meglio: perché?
Me lo sono scordato.

Allora posiziono nuovi pezzi su una nuova scacchiera e comincio un’altra partita.
Prima o poi mi tornerà in mente perché devo finire quell’altra.

Stirner è un mago degli scacchi, i suoi agguati sono micidiali. Però credo che le sue regole siano diverse dalle mie: quando fa fuori la regina va via, come avesse vinto la partita.
Avrà preso da Folenaire, anche lui gioca sempre con le sue regole.

Qua sono tutti matti.

Il gatto Stirner, Stirner il gatto

Bianco e grigio, un occhio contornato di bianco, l’altro grigio. Un occhio verde l’altro blu. Quello blu è sul pelo bianco, quello verde… beh, dove rimane.

Stirner ha un’altana tutta sua, piccola, sul tetto del Café. Sembra se la sia costruita da solo. Non ama l’acqua ma ama i temporali. Sembra quasi se la rida ogni volta che vien giù il diluvio: si sdraia sul davanzale, sornione ma beffardo guarda i passanti indaffarati dal proteggersi dai goccioloni. Ama i tuoni. Forse perché un po’ sordo.

Ogni mattina Stirner va al mercato del pesce e attende i pescatori. C’è sempre qualcosa che a loro sfutte; ma che non sfugge al felino.

L’altana non è una vera e propria altana: è una finestra più piccola sulla parete di una vera altana. Spesso gira nel Café. È silenzioso e non ama farsi vedere, anche quando è fra i tavoli. Se qualcuno suona lui è sempre lì, anche se non lo vedi.

In fondo non è sordo, ama i temporali e i tuoni.

Sorga quanto prima

I. Io sono il Signore, tuo Dio. Non avrai altro dio all’infuori di me.
II. Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio.
III. Ricordati di santificare le feste.
VI. Non commettere atti impuri.
X. Non desiderare la donna d’altri.

Non ci dormo la notte, non certo perché li ho violati, ma perché costretto a violarli.
Non ci dormo.
Non dormo.

Non posso fare a meno di violarli, desidero violarli.
Desidero e li violo.
Desidero e lo violo.

Spacciato
ma onesto.

Ogni notte non vedo l’ora che sia di nuovo giorno.

Perle ai porci

Il mistero della sua bellezza giaceva a parte placido su una riva del fiume
in due fuochi scuri,
amene
due gocce di cioccolata
le più buone
precipitate durante la più incantevole tempesta di tutti i tempi.

Un segreto,
visibile
inaccessibile.
Sconfessato.

L’ultima chitarra

Si chiama “L’Ultima Chitarra”. È sempre lì, dietro il bancone, appesa. Circolano tante voci sulla chitarra: qualcuno sostiene sia rimasta qui dopo che…

Era una serata come tutte le altre, c’era non più gente di tutte le altre sere e ci si apprestava ad andare a dormire. Era una sera di luna nuova, le sere in cui viene versato il miglior vino.
È la legge di Brunello, il proprietario dell’enoteca del paese: il vino migliore si beve con la luna nuova; mai versare del vino con la luna piena. Brunello, checché possiate pensarne, non è un rosso; lui viene dal nord. Ironia della sorte, Bruno detto Brunello è il massimo esperto di vini della zona. Ciò che dice in materia di vini, fosse anche la più grande baggianata mai sentita, è legge.

Successe così che una notte di luna nuova, col cielo a coriandoli che stelle così le vedi solo le notti di luna nuova, mentre il tempo avanzava e ci si apprestava ad andare a dormire…
beh, dovete sapere, che finché non va via l’ultimo cliente, qui al Ciccillo Café si rimane aperti: non si caccia mai nessuno!

Così quell’uomo riccioluto, bevve il suo ultimo sorso di rosso nordico, si avvicinò al bancone, guardò Evlaliya fisso negli occhi, rimase lì per svariati secondi… e si sedette. Toh! Vuoi vedere che non va più via?
Era notte fonda, il locale era ormai vuoto ed Evlaliya si apprestava a raccogliere le briciole e i pezzetti di carta lasciati da Folenaire. Un gran sonno e voglia matta di cuscino che anche se avesse avuto voglia di far l’amore.. no! Cuscino.
Quest’uomo sconosciuto tirò fuori da un’enorme borsa a forma di pera una chitarra e cominciò a suonare; e a cantare. Aveva una voce stridula, quasi roca. Ma… sembrava avesse mille armoniche.. ma dov’erano? Fu un’istante. Era odioso ma non si poteva fare a meno di mettersi lì ad ascoltarlo come fosse la voce più bella mai udita. Sembravano almeno in 3 a cantare, ma c’era solo lui. Così estraneo, come fosse un vecchio amico.
But she breaks just like a little girl.

Fu un attimo, passò un attimo e i tavoli tornarono affollati di gente, passanti, gente venuta da chissà dove chissà perché, in una notte di luna nuova, tornati a sorseggiare il vino di Brunello, tornati per ascoltare il riccioluto.

Nessuno ricorda cosa sia accaduto, ma al mattino la gente dormiva dappertutto: sui tavoli, per terra, sul bancone. Del riccioluto neanche un capello. Solo la sua chitarra. Era lì, sul suo sgabello. Fu appesa al muro dietro il bancone e da allora l’unico che può suonarla è l’ultimo cliente rimasto. Si avvicina al bancone, la prende, la impugna, suona e canta. A volte vengono fuori delle porcherie, delle volte dei capolavori, ma l’ultima chitarra, quella che solo l’ultimo cliente, è quella che ha da raccontare le storie della buonanotte.

Nessuno sa chi fosse quell’uomo. Si avesse origini sul mar Rosso ma provenisse da oltre ocenao. Si narra avesse… si narra fosse… si narra. Si canta.
Qualcuno crede provenga da una stella lì in fondo – neanche così in fondo – vicino al bagno. Storie.

Fra un bicchiere di vino e una canzone, nelle buie notti di luna nuova, le più luminose e sorprendenti che si possano ricordare, compaiono sempre personaggi che lasciano qualcosa. Anche solo una chitarra.

But you break just like a little girl
while the guilty undertaker sighs
at the end of a new moon night.

con me litigheresti sempre
perché a me piace far pace

Tazzina di vino

Il caffè fa tu di là io di qua
il caffè fa muro
il caffè esige una certa compostezza
il caffè a volte esige la cravatta
il caffè vive due sorsi, tre per godere della goccia finale
il caffè è razionale, pensato
il caffè non è istintivo
il caffè va preparato prima di essere bevuto
il caffè, per essere intimo, va bevuto in solitudine e con lentezza.

Ho voglia di un bel bicchiere di vino.

Amélie

Quando il mio sguardo inciampa su di te, i miei occhi non son più capaci di guardare altrove.
Quando il mio sguardo incontra il tuo, i miei occhi non sanno più leggere.
Non ho occhi che per te
per questo non ti guardo.

Poi cominciò a piovere.

schifezze

sono il motore del mondo

Nascosta tra tasti bianchi, provocata da quelli neri

Succede lì in fondo
seduto al pianoforte
quando non c’è nessuno.

Quando seduto al pianoforte crede non ci sia nessuno.

Lo vedi da come tocca i tasti, lentamente, velocemente, volgarmente, dolcemente, ferocemente, li accarezza o vorrebbe distruggerli. Non c’è nessuno e lui non è lì.

È una magia: sono quei momenti in cui suona il piano e tu non ascolti quello che sta suonando ma vedi ciò cui sta pensando. Suona bazzecole a volte… ma te ne accorgi che non sta suonando.

Puoi vedere di tutto: puoi vedere la donzella cui sta pensando, o la causa della sua rabbia, o della sua solitudine. È lì, nudo, in quelle note. Non si può arrivare più a fondo di così. Folenaire e le sue poche note.

Così nei momenti più soli e dolci a sorpresa puoi frugare nei suoi pensieri più profondi e sbirciare i suoi desideri. Le sue bramosie.

Le note erano lente e dolci, legate, e andavano dalle spalle fino al coggige, attraversavano la schiena, passavano suoi fianchi e risalivano sino alla nuca, fra i capelli. E se non avesse smesso…

Era come la stesse accarezzando, nascosta tra i tasti bianchi, provocata con quelli neri.

f like sad

Non è facile ascoltare Mozart

È sempre meglio ascoltare Mozart, ma non è facile. Mozart ha scritto tante opere.
Cosa può succedere?
Ci pensi, cerchi nei ricordi, leggi un po’, ne scegli una; credi sia quella giusta, la ascolti.

Toh! È sbagliata. Hai sbagliato opera! Ma com’è possibile? Era quella giusta, sembrava quella giusta.
Invece no.
Magari hai sbagliato sonata oppure andava scelta una sonata per pianoforte e violino invece che solo per pianoforte oppure un concerto per tre pianoforti. Ecco, quello lì è quello giusto, forse, il numero 7. Ma suona male in determinati casi. Non è facile stare ad ascoltare tre pianoforti. Ma allora che si fa? Bisognava scegliere quello per due pianoforti, il numero 10. E stare persino attenti a chi sono i pianisti.

Mica facile ascoltare Mozart.
Una volta che hai sbagliato opera potresti demoralizzarti dargliela su, passare a Beethoven, o Bach o in preda alla follia ascoltare un concerto per pianoforte di Rachmaninov (Chopin meglio lasciarlo stare), sapendo comunque che non è la stessa cosa. C’è Mozart e ci sono tutti gli altri.
Oppure si potrebbe essere ancora più testardi e insistenti e volerne venire a capo a costo non solo di ascoltar tutte le opere Mozartiane, ma addirittura seguierle da spartito, cercare i migliori concertisti in capo al mondo e andarli ad ascoltare. Rapirli e sventrarli per carpire i segreti di quel che suonano.

Non sarò Mozart, ma il concerto numero 10 non può finire facendo tacere i due pianoforti e ascoltando lo spegnersi fasullo degli archi. Ascoltare per credere.

Il Rubazucchero non mangia dolci

Ho sempre bisogno di nuove storie. Nuovi occhi nei quali intrufolarmi risalendone lo sguardo, fino ad arrivare alle viscere, raggiungere il midollo, contarne i linfociti, sentirli blaterare… e raccontarli.

Finché non incontro occhi che al midollo non mi ci fanno arrivare, mi sollevano da terra, mi fanno volare e mi fanno perdere qualsiasi contatto con la realta. Come fossero una porta fra universi.
Quando incontri questi occhi qui è dura, mi posso fare molto male. Per fortuna è raro incontrarne. O per sfortuna.

È per questo che mi ritrovo spesso in situazioni ambigue, interessanti e pericolose: mi caccio sempre nei guai.
Sono contento di cacciarmi nei guai, anche quando torno qui triste a bere il mio buon tè, mesto, seduto, e non ho le forze di guardare dalla finestra. Fisso il tavolo, la tazza, poi non ce la faccio e guardo la finestra come il rubazucchero guarda le porte dell’autobus chiudersi, sperando di rivedere quel sorriso.

C’è che questa sera è tornato qui anche il Rubazucchero, è triste. Stasera è tornato qui con me, mesto. S’era rivisto dopo tanto tempo e sembrava aver ritrovato gli occhi che cercava. Stava volando e si vedeva. Guarda fuori della finestra il Rubazucchero; ha rubato le sue bustine ma non ha ordinato nulla.

Nella notte, alla sola luce della Luna, si formarono rigagnoli sulle sue guance. Non erano rigagnoli di caramello, il Rubazucchero non mangia dolci.

Sono bellisimi i tuoi occhi, e fanno un male cane.

Fuga in Doppler

Una ragazza che suona il pianoforte, le rotelle del pianoforte sono sbloccate, lo sgabello segue il piano.
Suona Mozart.

Il piano corre veloce e le mani della ragazza anche. Lei è in sella allo sgabello e corrono giù per la strada, come fossero nel salone di quel transatlantico.

C’è un ragazzo dietro di lei, la insegue, vuole ascoltare la sua musica, lei non vuole fargliela sentire ma non può smettere di suonare. Allora corre… e suona.

Il ragazzo la insegue, cerca di starle dietro, e ascolta quella musica ma non si accorge di quel che non va: per uno strano effetto della natura, le note in velocità del piano vengono distorte, e fuggono via dalle orecchie del ragazzo lasciandogli una melodia fastidiosa, bella ma fastidiosa, celante.

Sa che ciò che sta suonando la ragazza non è quello che sentono le sue orecchie e allora corre più forte, cerca di raggiungerla, la musica è ancora distorta e fastidiosa.

Il pianoforte allora arriva ai piedi di una strada in salita, e rallenta fino a fermarsi. Si blocca. Il ragazzo raggiunge il pianoforte e le mani di lei, come dei ragni saltellanti, continuano ad accarezzare il pianoforte. Non può smettere di suonare.

Cosa farà? Cambierà musica fingendosi Bach o gliela farà ascoltare?

Il ragazzo raggiunge il pianoforte e si siede per terra, in modo da poter guardar le sue mani sfiorare dolcemente i tasti.

La bambina dei Patriaršie

Una passeggiata ai giardini Patriaršie può fare magie.
Si narra che un tempo di lì ci sia passato un personaggio molto strano, si intromise in una discussione fra due uomini e cambiò la storia.

Creò un varco e collegò Mosca con una quinta dimensione.

Dietro la sua panchina c’era una bambina che giocava con delle bustine di zucchero colorate. Le disponeva per terra a formare un mosaico.

Quello strano personaggio aveva previsto tutto, ma non avrebbe mai immaginato che il mosaico creato dalla bimba avesse un potere ben più forte del suo.
La bimba cominciò a toccare le bustine come fossero la tastiera di un pianoforte e l’uomo udì suoni che neanche nella sua quinta dimensione sarebbe possibile riprodurre. Ogni riga alimentava uno strumento diverso, e ogni colonna una nota diversa.
Le braccia della bimba si muovevano come stessero muovendo delle enormi marionette e le sue dita sfioravano le bustine adagiate sul prato.

La musica invase la capitale ma solo in pochi la udirono: a questi si chiuse lo stomaco ed ebbero come attacchi di follia, alcuni cominciarono a correre per dover raggiungere qualcuno, altri si presero a muoversi molto lentamente.

Il resto della città restò incredulo a guardare.