Wednesday, 3 February 2010

Cadute da chissà dove, due gocce di cioccolata,
due stupende gocce di cioccolato,
si andarono a posare come fiocchi di neve
accanto ad una coppia di nocciole.

Non da chissà dove, ma da Orione.
smile

Monday, 1 February 2010

Souris moi, si tu peux!

Voglio tirare un mega morso a quella torta. Non voglio farla a fette e mangiarne una. Voglio prendere la torta, e tirarle un gran morso come nei cartoni animati.

..sporcarmi il viso di cioccolata.

Ma dove la legate la corda che vi tiene ancorati a terra? Come mai non arrivate subito a toccare con le dita la punta del grattacielo, o la punta dell’albero maestro?

Souris moi, si tu peux!

Sunday, 31 January 2010

Il ragazzo ci aveva visto lungo. C’è da dire che non l’aveva fatto apposta.

Ricordo cos’era successo: era alla ricerca degli occhi e del sorriso della ragazza dell’autobus. Ogni giorno la stessa strada, ogni giorno gli stessi luoghi e la stessa fermata, nella speranza di ritrovarla.

Molto spesso è passato di qui, ha preso tè, caffè, cioccolate, e ogni volta ha sempre preso una bustina di zucchero… e se l’è intascata.

Perché lo faceva? Perché lo fa, sarebbe meglio dire.

Senza volerlo, senza sapere, il nodo è giunto al pettine. Come poteva saperlo che l’enigma delle bustine di zucchero sarebbe stato risolto dall’ordine degli eventi? Sembrava lo facesse apposta.

Tutto potrebbe avere un senso.

Wednesday, 27 January 2010

Le notti del Brividivendolo

A volte la luce non è necessaria. Si può rimanere benissimo con gli occhi chiusi, anzi è meglio.
Aver imparato tutto quando a luce accesa fa comodo, ma se ne può fare a meno. Ed è bello.

A volte è necessario che sia buio. È in pancia che lo senti. Dicono che queste volte qui l’oscurità è solo una sensazione esterna: ci sono i tavoli, ci sono le sedie, ci sono le tazzine, cucchiaini e zucchero. C’è il palco e c’è il camino, spento: emana ancora calore. Ci sono tutte le piastrelle del pavimento. C’è il bancone, c’è la porta. La magia è che queste cose, oltre che esserci, si fanno sentire.

Non c’è cosa peggiore che una lampadina accesa improvvisamente, in questi casi, e qui questo non può accadere.

Seduto al tavolo, immerso nell’ombra, Folenaire scrive. Come sempre la finestra alla sua destra, buio dentro e buio fuori. Ci sono le candele, spente – sono belle: una è marrone e l’altra magenta. Profumano. Le loro piccole fiamme giocano con le ombre e non è necessaria la luce perché sia visibile.

È tornato il Rubazucchero questa volta. È seduto ad un altro tavolo, il suo. Ha una tazza di tè fra le mani, le riscalda. Ha una bustina di zucchero in tasca, l’ha scelta fra le tante: l’ha sentita, la sua, e l’ha presa. Era la quarta che ha toccato col medio, l’ha sfilata e se l’è intascata. Il Rubazucchero non ha mai avuto bisogno di accenderele candele per giocare con la cera e guarda attraverso la finestra fissando il davanzale.

Stanno parlando i due, li sentite? Fate silenzio, e se prestate attenzione li sentirete.

Il pianoforte sta suonando ma nessuno è seduto allo sgabello, il palco vibra e la cenere balla sia nel camino che nel posacenere poggiato sul tavolinetto proprio davanti al fuoco, spento, fra le due sedie a dondolo.

Queste sono le notti del Brividivendolo, le sue preferite. Se ci fate caso potreste sentirlo sulla terrazza della Bottega. Gioca con la Luna.

Tuesday, 19 January 2010

Lo Scaffale in Rue des Fèves

Seguendo la strada che parte dal lungoceano, oltrepassando l’entrata del Ciccillo Café, proseguendo verso la Bottega del Brividivendolo ma svoltando a sinistra prima di entrare in piazza, si arriva in una strada molto stretta, lastricata in basalto ma con le lastre più piccole e più arrotondate..
Rue des Fèves, o via delle Fave.

Questa è una delle vie più aromatiche e profumate del paese. Camminando per questa via parallela al lungoceano, dopo una trentina di metri, si arriva davanti ad una vetrata enorme. In realtà non è enorme ma è a misura d’uomo. Anzi, è solo una finestra accanto ad una porta, molto piccola. Ciò che da il senso dell’enormità è quel che si vede attraverso. Cinquanta scaffali cinquanta, alti quattro metri, larghi un metro e mezzo con dieci mensole per uno, ospitanti migliaia di bottiglie provenienti dalle più pregiate cantine del mondo. “Del mondo” si fa per dire: sono pochi i posti dove si produce del vino pregiato. Lo Scaffale, si chiama così l’enoteca, e si capisce perché. Una piccola finestrella accanto ad una porta altrettanto piccola, è quel che l’enoteca concede al mondo.
Qui ci lavora un omino piccolo piccolo, tondo e glabro, detto Brunello. Leggi il resto…

Friday, 15 January 2010

La scoiattolina e il caramello

Conosco Folenaire!

Invece che andare e dirle “Hai degli occhi da scoiattola veramente belli”, non direbbe niente e scriverebbe una storia. Si perderebbe negli occhi della scoiattola fingendosi un cerbiatto e la porterebbe in groppa su per i monti, fino ad incontrare le marmotte. E poi le farebbe invidiose degli occhi della scoiattolina.

Continuerebbe a correre come il cerbiatto e arriverebbe in compagnia fino alla cascata, lì dove sorge il torrente. Racconterebbe che ci sono delle ottime ghiande lassù e che la scoiattolina ne va matta. Rimarrebbe le ore seduto con lei ad ammirare il mondo dalla cascata di caramello.

Finiscono all’inferno quelli così, ne son sicuro. Magari se glielo chiedi, non gli dispiacerebbe neanche.

Monday, 11 January 2010

Jolly Roger

C’era un ventaccio quella sera, freddo, e proveniva dal mare. L’acqua dell’oceano arrivava in strada strada. La luce dei lampioni veniva diffusa al di sopra dei tetti dalle gocce d’acqua che sbattevano e rimbalzavano e sbattevano ancora sulla banchina, sulle panchine, sulle case, sui tetti, come a volersi arrampicare fin sulla luna.

Il cielo era terso, Orione disteso sotto l’aura della Luna più tonda.

L’aria era strana, oltre che fredda e movimentata. Sembrava voler scherzare con i capelli e col cappello. In mare una luce appena visibile, lontana.

Monday, 28 December 2009

Il naso contro il vetro

Il Café è buio.

Sul palco c’è un uomo seduto su una sedia, camicia sbottonata, gambe accavallate e chitarra in mano. Un faro ad illuminarlo.
E’ solo, suona e canta. Non so quando ha cominciato ma è come se stesse lì da una vita. Ogni tanto sposta il ciuffo dagli occhi.

Non c’è nessuno lì ad ascoltare, non c’è nessuno lì sul palco, ma è come se ci fosse un pubblico e qualcun altro stesse suonando con lui. Come se ci fosse un omone alla batteria, una squadra di archi, un gruppo di fiati, delle coriste lì in alto, e due violinisti a passarsi le note come palline da ping pong.

Non c’era nessuno, per lui.
C’era un vetro appannato, uno solo. Un riquadro della vestrata della finestra più vicina al palchetto, non chiaramente visibile all’uomo con la chitarra era appannato.

Una ragazza, poggiava il naso infreddolito al gelido vetro della finestra. Aveva un cappello grigio e un vestito di lana lungo fino alle cosce, calze scure e scarpe basse. Rosse. Capelli scuri, lisci, occhi castani e lucidi per il freddo, nasino all’insù e labbra precise, perfette. Il suo respiro appannava il vetro.

L’uomo se ne accorse, la vide: aveva i capelli biondi, mossi, occhi chiari e labbra carnose, naso schiacciato contro il vetro. Quando lui incrociò il suo sguardo, la ragazza premette maggiormente sul vetro. Anche la mano sinistra era poggiata sul vetro come volesse trapassarlo e arrivare su quel palco e spostare il ciuffo dagli occhi all’uomo.

Lui continuò a cantare e a suonare.

Friday, 20 November 2009

Quelle labbra sporche di cioccolata

Passeggiava fra le bancarelle, buttando un occhio qua e uno là. La vittima innocente di quel bianco pomeriggio era persa fra montagne di cioccolata.

Ciuffi biondi e ricci, sopracciglia poco marcate e molto chiare, occhi in fuga, probabilmente azzurri. Non l’aveva guardata per bene, era rimasto abbagliato dalla sua chioma perfetta e suadente, ma sopratutto dalle sue labbra.

Carnose e prepotenti avevano catturato la sua attenzione andando a toccare la parte più delicata che alimenta le voglie di un demone. Il desiderio e la fame di anime. Quelle labbra erano già propense al peccato, provocate dalla miriade di venditori e bancarelle.

Non poteva esserci anima più facile da catturare. Le labbra della ragazza avevano slacciato le catene all’Infernale, niente più poteva trattenerlo da prendersi la sua anima e le sue labbra. Seguiva la scia lasciata ricci provocanti come quella una comenta. Era fatta, doveva solo tessere una piccola trappola convinto che la ragazza avrebbe ceduto quasi istantaneamente.

Cosa accadde? Lei scomparve nel nulla sotto una marea di scaglie di cioccolata. Il demone scatenò una tempesta di dolci e sapori e profumi, rivoltò le bancarelle spazzando via venditori e i peccatori. La tempesta non valse a nulla: la ragazza sparì portando via con se quelle stupende labbra sporche di cioccolata. Ciò che rimase al demone fu solo il cioccolatino che la violò e un riccio biondo caduto per terra, posatosi accanto alla pepita morsa.

Sunday, 15 November 2009

Le Chocolat du Démon

Les démons ont toujours faim des âmes.

On raconte qu’il a un démon qui aime les doux qui a conçus un piège. Il est un maître chocolatier. Il est capable à faire un chocolat chaude très fort, très bon, très intense que une fois que la victime l’a bu, elle ne peut pas s’enfuire du démon.

Quand la victime termine le chocolat, le demon déclenche le piège: la victime est encore ivre et le démon saisit l’occasion pour poposer un proposition. Un affaire.

Personne ne sait ce que le démon va proposer, mais on sait que le démon a toujours gagné.
Quand le démon pose l’affaire on peut faire deux choses: accepter ou mourir.

Tuesday, 10 November 2009

Il Papiluscio

Erano qui, le avevo prese.

Preso!
il papiluscio.
Intrappolato nel pugno.
Soddisfatto
impasto un desiderio

Preso,
come le parole.

Ci sono, eccole!
Bisogna solo metterle giù, ce le ho.

Non sono parole.
È lo stomaco
sprofonda
cede
cade come un masso in una fossa nell’oceano
verso il centro della terra.

Chi ha legato le gambe al masso?

Eccole, le parole!
Sono sulla lingua
si fanno largo
navigano sulle pupille
ronzano per aria vicino le orecchie come le zanzare
e su un pezzo di carta
riposto in tasca
si inabissano con la pietra.

Pronto a soffiar via il Dente di Leone,
col desiderio a inumidire le labbra,
dissolto il pugno
viene sorpreso un solcato vuoto.

Sfugge Mercurio,
artefatto papiluscio concessore di illusioni,
lasciando al medesimo trepidante vuoto
delle parole ora dissolte.

Sunday, 1 November 2009

Sarà una fredda domenica americana.
Sarà un lento risveglio, caldo e dolce: pasta, crema, latte, caffè.
Sarà una mattina pigra..
Lentamente la giornata proseguirà, una partita di pallacanestro, oppure un cinema, e poi una passeggiata e c’è anche la pista ghiacciata e una cioccolata calda.
Poi sarà tutto da scrivere..

Monday, 26 October 2009

A mia discrezione

Qual è la cosa più importante del mondo?

silenzio
Non mi viene in mente niente. Forse, finché sei in vita, la libertà? Perché se te la tolgono – la libertà – puoi sempre prenderti la libertà di togliergli la libertà di togliertela – la libertà. O forse non lo so. Ma so cosa sarà importante anche se ora non lo è. Lo è potenzialmente senza essere – non esserlo. Non è ma sarà e sarà sicuramente importante perché non potrà essere altrimenti.

Ma la libertà è banale!

Può sembrarlo.

Ma una cosa importante veramente importante?

.. e una cosa bella?

Lo sguardo di una persona in un istante preciso: quando scopre di essersi persa, quando si smarrisce dovunque essa sia e in qualunque situazione, quando non sa più a cosa credere, quando perde per un piccolissimo attimo anche una pur minuscola certezza, quando crede di essere impazzita, quando crede di poter perdere qualcosa che non ha ancora ma che desidera ardentemente. Quell’istante lì, proprio il momento in cui crolla il pavimento e non ci sono più i muri, quegli occhi. Quello sguardo lì è bello.
Tipo quando si spegne la luna.

Hai visto la luna spegnersi?

Qualche volta, e la prima volta sono caduto in mare e ho visto una medusa arancione gigante. Poi si è trasformata in luna. Forse quello sguardo lì non vale perché è durato più di un istante. Forse è stato più bello. Ma più bello del bello fa strano.

E sai cosa è importante?
È qualsiasi cosa tu voglia, che sia materiale, spirituale, fisica, morale o immorale, a colori o in bianco e nero, che profumi o puzzi, che rida o pianga o ti faccia ridere o piangere e pensare. E ci puoi aggiungere qualsiasi cosa tu voglia e puoi toglierci quello che vuoi, è per te. Non ci sono limiti nè condizioni, ci sono paure, sogni, c’è dolore e sopportazione. C’è tutto.
Mare, montagne, paesi, paesini, metropoli, c’è qualsiasi cosa e vedi questa cosa ovunque ti giri; e quando pensi solo a te stesso credi che vada bene comunque.
chissenefregasenoncipensocipensogiàcosìtantocheperoggipuòbastare
È questo, per me è questo. È l’amore e l’odio e anche l’indifferenza, ciò che esiste e non esiste.
Potrei continuare ma mi fermo.
Leggi il resto…

Wednesday, 21 October 2009

Il Paese dei Cappellai

Il Paese dei Cappellai è uno dei tanti paesi strani di questo mondo.

Qui le strade sono tutte lastricate di basalto, scuro e splendidamente lucido sia che piova sia che sia bel tempo. Le strade di questo paese sono molto pericolose quando bagnate, capita spesso di scivolare e di perdere il cappello.

Perdere il cappello nel Paese dei Cappellai è la cosa più sgradevole che possa succedere. La vita di un uomo è impostata in base al cappello che porta: mestiere, frequentazioni, cultura, autorevolezza, potere e qualità quante più ne riuscite a trovare. Qui non è l’abito a fare il monaco, ma il cappello fa l’abito il quale fa il monaco.

I cappelli costano un occhio della testa, qualche volta un rene altre volte delle dita oppure una gamba, volendo tutte e due gambe; una casa oppure l’auto o i figli. Anche l’anima. I cappelli non si comprano con soldi. Possono essere scambiati con altri cappelli, ma non possono essere rubati. Il furto del cappello viene scontato con l’esilio o la pena di morte, a scelta del cittadino.

Alcuni preferirebbero morire piuttosto che venire esiliati senza cappello.

I cappelli si prendono dal cappellaio e cappellai si nasce. Mi correggo: cappellai lo si può diventare se il cappellaio decide di scambiare la sua bottega con qualcosa. Le botteghe non possono essere comprate: la bottega non è sempre ereditabile. Il figlio di un cappellaio può non meritarla e il cappellaio può scegliere di tramandarla adottivamente come ai tempi dell’Impero.

Capita a volte che qualcuno perda il cappello al gioco e non c’è peggior disonore: la perdita del cappello comporta la perdita della moglie, dei figli e delle proprietà tutte. Il buon cuore del vincitore può salvarlo dalla vergogna solo restituendogli il cappello.

Far cadere il cappello per terra in pubblico, per strada o a teatro, a lavoro o davanti casa, è un’ulteriore vergogna. A differenza della perdita del cappello al gioco non comporta perdite reali se non l’amicizia e il rispetto delle persone presenti all’avventimento. Difficilmente una ragazza concederà le sue grazie al fidanzato la sera e i primi giorni a seguire l’infausto evento.
Leggi il resto…

Sunday, 11 October 2009

Joglar e il fischio all’orecchio destro

Non chiedetevi come certe cose accadano, a volte bastano poche parole. Poche parole e una buona idea che può sembrare stramba.

Non spaventatevi della sua misantropia, è sulla stessa medaglia del filantropo.
Le sue parole sono cangianti e potrebbero tormentarvi, state ben attenti.

Da tempo aspettavamo una qualche evoluzione della vicenda, aspettavo; ed eccola qua!

Joglar n’est pas un homme. Joglar est un homme. Joglar est tout et rien.