Archive for the ‘personaggi’ Category

Sunday, 31 January 2010

Il ragazzo ci aveva visto lungo. C’è da dire che non l’aveva fatto apposta.

Ricordo cos’era successo: era alla ricerca degli occhi e del sorriso della ragazza dell’autobus. Ogni giorno la stessa strada, ogni giorno gli stessi luoghi e la stessa fermata, nella speranza di ritrovarla.

Molto spesso è passato di qui, ha preso tè, caffè, cioccolate, e ogni volta ha sempre preso una bustina di zucchero… e se l’è intascata.

Perché lo faceva? Perché lo fa, sarebbe meglio dire.

Senza volerlo, senza sapere, il nodo è giunto al pettine. Come poteva saperlo che l’enigma delle bustine di zucchero sarebbe stato risolto dall’ordine degli eventi? Sembrava lo facesse apposta.

Tutto potrebbe avere un senso.

Wednesday, 21 October 2009

Il Paese dei Cappellai

Il Paese dei Cappellai è uno dei tanti paesi strani di questo mondo.

Qui le strade sono tutte lastricate di basalto, scuro e splendidamente lucido sia che piova sia che sia bel tempo. Le strade di questo paese sono molto pericolose quando bagnate, capita spesso di scivolare e di perdere il cappello.

Perdere il cappello nel Paese dei Cappellai è la cosa più sgradevole che possa succedere. La vita di un uomo è impostata in base al cappello che porta: mestiere, frequentazioni, cultura, autorevolezza, potere e qualità quante più ne riuscite a trovare. Qui non è l’abito a fare il monaco, ma il cappello fa l’abito il quale fa il monaco.

I cappelli costano un occhio della testa, qualche volta un rene altre volte delle dita oppure una gamba, volendo tutte e due gambe; una casa oppure l’auto o i figli. Anche l’anima. I cappelli non si comprano con soldi. Possono essere scambiati con altri cappelli, ma non possono essere rubati. Il furto del cappello viene scontato con l’esilio o la pena di morte, a scelta del cittadino.

Alcuni preferirebbero morire piuttosto che venire esiliati senza cappello.

I cappelli si prendono dal cappellaio e cappellai si nasce. Mi correggo: cappellai lo si può diventare se il cappellaio decide di scambiare la sua bottega con qualcosa. Le botteghe non possono essere comprate: la bottega non è sempre ereditabile. Il figlio di un cappellaio può non meritarla e il cappellaio può scegliere di tramandarla adottivamente come ai tempi dell’Impero.

Capita a volte che qualcuno perda il cappello al gioco e non c’è peggior disonore: la perdita del cappello comporta la perdita della moglie, dei figli e delle proprietà tutte. Il buon cuore del vincitore può salvarlo dalla vergogna solo restituendogli il cappello.

Far cadere il cappello per terra in pubblico, per strada o a teatro, a lavoro o davanti casa, è un’ulteriore vergogna. A differenza della perdita del cappello al gioco non comporta perdite reali se non l’amicizia e il rispetto delle persone presenti all’avventimento. Difficilmente una ragazza concederà le sue grazie al fidanzato la sera e i primi giorni a seguire l’infausto evento.
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Wednesday, 17 June 2009

Sarebbe un’idea partire per la Britannia

Logica booleana, ogni tanto ci provano.

Suvvia, non è difficile, dovrebbe essere la cosa più semplice di tutte: 1/0, tutto/niente, bianco/nero, destra/sinistra, vero/falso, giusto/sbagliato, bene/male, capitalista/comunista, rosso/.. mm, qui le cose si complicano, azzurro, nero, verde.. non è facile.

Visto? Così come non è tutto giusto o tutto sbagliato. Difficile capirlo: molto più semplice scegliere fra due, vero? Si fa meno fatica. E magari si sceglie cosa non scegliere, e quindi si sceglie di conseguenza quel che rimane.

Ma si può essere in uno stato di fiducia diverso dalla fiducia o dalla non fiducia? Ci si può non o fidare o non fidare di una persona? Bisogna assumere il “fidarsi o non fidarsi” come unica asserzione e negarla. Si può?

Non è detto che di tal Tizio io debba fidarmi o non fidarmi. Se però non non mi fido, allora può partire un confronto. Se ne può parlare e magari il mio scetticismo potrebbe venir meno. Se invece di tal Caio non mi fido, è inutile starne a parlare.

Potrebbe funzionare. (more…)

Tuesday, 12 May 2009

Stelle dalla Nuova Zelanda: va e non torna indietro

Hanno fatto un gran viaggio, le stelle. Viaggiano spesso, ma non capita spesso che viaggino sulla terra, per aria. Sì.. sulla terra, per aria: che c’è di strano?
Pensare che sarebbero potute arrivare in Olanda, invece si sono fermate qua.
The Netherlands.

Non è bello cominciare le frasi con la “e”, sola soletta a riattaccare pezzetti di discorso manco fosse scotch da quattro soldi.
Da novantanove soldini, oggi si usa così.

Ogni tanto lo scotch è pure utile, quando non si ha tempo.

Era contento delle sue stelle, forse lo era di più prima di vederle. Come gli succede spesso. Però era contento. Aspettava di vederle a notte. Cosa c’è di tanto strano? Le stelle si vedono di notte, anche se di giorno ci sono. Le sue si vedono meglio di giorno. Strano ma è così.

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Sunday, 22 February 2009

Non è bello trascurare posti come questo. Non è bello trascurare questo posto.

Non riesco a capire se c’è polvere o è solo un riflesso particolare di questa luce bianca proveniente dall’esterno.

Fa freddino, eppure c’è il caminetto acceso. Anzi, c’è un bel tepore nonostante il camino sembri essere spento chissà da quanto tempo.

E’ come se ci fosse vita, movimento, barista, camerieri, donna delle pulizie, clienti.. tutti. Eppure non si vede nessuno, come avvertire una sorta di movimento ma non veder muovere neanche un granello di polvere, se questa è polvere.

E’ tutto un po’ troppo grigio per i miei gusti.

Wednesday, 10 December 2008

Il Fumettista

Se fosse più facile non sarebbe così bello.
Sarebbe più facile, ma meno bello.

Io sto con il più bello.

Però è difficile.

In teoria neanche così tanto. In realtà sembra facile perché si immagina sempre la migliore delle situazioni e magari con della musica in sottofondo. Solo, sola.. tac! Parte quel brano, proprio quello lì e guarda caso ti viene in mente un’idea geniale e lei non aspetta altro che tu ti avvicini a dirle qualcosa. Forza, vai. Sai già cosa dire e qualunque cosa andrà bene.

Una volta è alla festa, una volta per caso per strada, un’altra su invito diretto, un’altra al cinema e poi una a cena.
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Monday, 8 December 2008

Crepitio ad Occhi Aperti

Che avvenimento strano! Una cosa del genere non l’avevo mai vista.
Sapete cos’è successo? No, chiaro che non lo sapete.
Avete presente quel personaggio del quale vi parlavo, il Sognatore? Quello che si accascia sempre davanti alla tazza di qualsiasicosacisianellatazza.
Bene, arrivo e lui è lì accasciato. Fa molto freddo e Ciccillo ha pensato bene di dar vita al caminetto. C’erano le scie lasciate dai suoi sogni per colpa della Bolla di Orione e tanti ragnetti scendevano dal soffitto scivolando su degli scivoli immaginari.

Ad un tratto il nostro amico si alza.
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Friday, 5 September 2008

La Partita a Scacchi

Quello che ricordo è che Il Conte era nel bel mezzo di una partita a scacchi.

Il était en train de jouer une match des échecs. Il y a beaucoup des années que Le Conte a commancé cet match.

Eppure è ancora lì seduto, scacchiera davanti.

Il est en train de faire le mouvement prochain. Il pense qu’il peut gagner avec un seul mouvement.

O forse due. O pochi. Questa partita è importante vincerla.

Sono anni e anni che il conte è seduto lì con la scacchiera davanti.

E’ per questo che parla poco, se ne parla poco per non deconcentrarlo.

Forza Conte!

Sunday, 15 June 2008

Un Altro Regalo

Poche parole.

C’erano tutti, tanti, tantissimi. Erano tornati solo per salutare Evlaliya. Lei tornò a salutare qualcuno, sarebbe ripartita di lì a poco e non s’aspettava certo quel che avvenne.

In realtà non c’era poi così tanta gente, ma c’era la gente giusta. E c’erano le voci, quelle voci. E c’erano quelle note. E non solo…
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Friday, 30 May 2008

Penna d’Oro

Penna d’Oro ama il vino.
Penna d’Oro non ha una casa, non credo ce l’abbia. Viene dal sud. Ha l’Università, lui, non come i suoi fratelli; loro hanno la seconda elementare. Vive per strada. Ha la voce rauca, molto rauca.

Penna d’Oro è Penna d’Oro perché scrive;però non scrive: dice di ricordare tutto a memoria. La gente gli chiede di scrivere quel che scrive, ma lui dice che lo scriverà un giorno. Un giorno li farò contenti.

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Monday, 5 May 2008

Una Matita, un Quaderno e un Succo all’Ace

Caschetto nero, occhi nocciola. Era primo pomeriggio, pance un po’ gonfie e appisolo in corso.

Tutto si muoveva lentamente, come se si fosse in un enorme acquario; come se l’aria fosse fatta di gelatina. Ci si poteva spostare aiutandosi con le braccia. Invece no. Era solo primo pomeriggio.

A quest’ora solo Ciccillo connette un po’ più di tutti: deve preparare caffè, amari, digestivi e affini.

Arrivò in vespa. Parcheggiò educatamente sul lungomare e si intrufolo nella viuzza per entrare nel Café.
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Saturday, 26 April 2008

Trattamento di Favore

C’è una signora che viene qui da anni. Sono tanti anni che le preparo “caffè macchiato con tanto zucchero”. E certo: lo zucchero non lo mette lei, è una signora. Lo zucchero glielo metto io perchè sono quanto ne prende. Tanto! In base all’umore gliene metto un tanto diverso! A volte sono due bustine, a volte due e mezza, qualche volta tre o tre cucchiaini. Ci siam capiti.

Sono tanti anni che una signora, una bella signora, alta, occhi azzurri, carnagione scura, capelli neri, mossi, viene qui a prendere un caffè macchiato molto dolce. Indossa spesso dei vestiti o delle gonne. Vestiti con spalline. Veste svariati colori, non è affatto monotona.

Ho scoperto una cosa! Ogni giorno, quando va dal salumiere, lui le fa trovare 150 grammi del miglior prosciutto che ha, e glielo regala, insieme al resto della spesa. E le fa un buon prezzo. E non vende a nessun altro quel prosciutto speciale, e non so come faccia ma glielo fa trovare sempre fresco.
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Wednesday, 6 February 2008

Occhioni Verdi

Oggi è andata via la luce. Così, di punto in bianco. puff! va via la luce. I lumini si sono spenti.

Per fortuna ci sono sempr delle candele: ci ha pensato Folenaire ad accenderle. Gli piace. Gli piace accendere i fiammiferi per dar fuoco agli stoppini delle candele. A volte rimane imbambolato a vedere la cera sciogliersi, e ci gioca, con le dita. Come i bimbi. I bambini hanno la passione per lo spegnere le candele, pensateci. Folenaire ama la cera che si scioglie. E’ un rito, sembra quasi sacra.

Sapete, qui c’è un tizio. Un vecchissimo amico di Ciccillo, mooooolto vecchio. Lui lo chiama Zio Mimì, non so perchè. Non sono parenti, credo. Dove si sono incontrati è un’altra storia. Zio Mimì è un personaggio molto molto molto particolare. Non riesce a ricordare e a ragionare su cose che non siano avvenute più di trenta anni fa. Non riesce a ragionare su cosa è successo stamattina, cinque minuti fa, ieri, due mesi fa, l’anno scorso, cinque anni fa, dieci anni fa.

No. Zio Mimì racconta; racconta soltanto di cose che sono accadute più di trenta anni fa. Ha tante storie da raccontare. Racconta racconta racconta. Oppure sta zitto, risponde per monosillabi. Sa cosa vuole, sa chiedere, è cordiale. Ma non ci ragiona su. E’ molto attento a quello che succede. La sua memoria registra, insacca, e poi fra trent’anni tirerà fuori tutto quello che accade in qualche storia.

Dicono che non abbiam mai pronunciato parola fino a poco più di venti anni. Ha cominciato a parlare piano, come un bimbo. A trent’anni dicono si ricordasse di cosa gli dicevano le maestre a scuola. E’ sempre stato una frana, non ricordava nulla. Vuoto assoluto. Lo credevano autistico. Semplicemente aveva una memoria lenta, però, a quanto pare, duratura e capiente. A quaranta sono venute fuori storie sulle prime ragazze, cose dell’altro mondo! Come facesse a comunicare con loro non lo sa nessuno! E nessuno gli fa notare questa sua particolarità. Chissà se se ne accorgerebbe. A cinquanta ci raccontava di viaggi e navi e barche. Cose dell’altro mondo! Conosce tante di quelle storie.

E così questa sera. Va via la luce, e lui, una volta accese le candele, parte.
“Mi ricordo di quella volta che eravamo da un mio amico, si chiamava Wilem. C’erano altri amici e delle ragazze. Ce n’era una, si chiamava Gretha. Ogni volta che pronunciavo quel nome, sulla t, mi cascava tutto. Ci mettevo un oceano fra la “t” e la “a”. Lei sorrideva. Aveva due occhioni verdi ed era bionda. Biondissima. Ero in Francia, ma loro erano olandesi. Saranno passati.. quanti? 40 anni? Non parlavo molto all’epoca, ero un tipo di poche parole. Eravamo a casa di Wilem, eravamo circa una decina, stavamo organizzando una specie di sommossa all’università. La chiamvano occupazione. Ricordo che erano tutti arrabbiati con il governo. Storie di lavoratori e salari, cose che sapete insomma. Io non ricordo se non quegli occhioni verdi. La conoscevo da un po’ Gretha, ma non ci parlavamo molto. Spesso incontravo il suo sguardo, e ci rimanevo secco. Ma non ebbi mai il coraggio di dirle qualcosa. La sorpresi qualche volta a fissarmi, così. Ma non ci feci caso più di tanto. Quella sera eravamo a casa di Wilem, dicevo. Eravamo lì con una mappa, e Greg ci stava spiegando qualcosa. Eravamo in cerchio e c’era Greg fra noi ma io riuscivo a vederla. Sorrideva, piano, leggermente. Sapeva. Quella sera qualcuno volle, che proprio lì, in quell’istante, le si girasse verso di me, un istante, io feci la stessa cosa. Non sapevo. Non sapevo cosa sarebbe successo. Quell’istante lì cadde un fulmine sulla casa, pioveva. Andò via la luce. Un istante, mi feci indietro e la portai via. Mi seguì, se ne accorse. Accesero delle candele, ci cercarono. Ci cercarono per un’ora ma non ci trovarono. Eravamo in cantina, conscevo bene casa di Wilem. Eravamo in cantina, mi ero portato dietro la coperta che avevo con me. Rimanemmo in cantina per tre giorni. C’era un divano e una dispensa. Tre giorni e tre notti. Nessuno ci trovò. Ciò che successe durante quei tre giorni e quelle tre notti nessuno l’ha mai saputo e nessuno lo saprà mai. Eh eh. Quelli sì che erano bei tempi. I fulmini e la casa isolata, per giorni, per colpa di un fulmine!”

Dopo il racconto Folenaire rimase a guardare Zio Mimì, imbambolato, gli sembrò di averli conosciuti quegli occhioni verdi. E così si scottò con la cera. Ci inzuppò dentro l’indice come un biscotto nel thè.

Eccolo. Va appunto a prepararsi un thè. Sta pensando a qualcosa; non sa nascondere, Folenaire.

Wednesday, 30 January 2008

Quel Non So Che

“le fissazioni, le curiosita’, le abitudini..”

Pieni zeppi. Ne siamo pieni zeppi. C’è a chi piace notarle e a chi no. C’è chi osserva e chi no. C’è chi capisce al volo e chi no, chi ha bisogno di più tempo. L’esperienza.Vizi. Piccoli vizi. Fanno tanto. Estrapolano l’individuo dal gregge.

Quel prendere la monetina in mano, lanciarla per aria, così, ogni volta che può. Folenaire. Lo fa sempre. Ascoltare tutto. Ogni minimo suono, ogni rumore particolare e poi non sentirci. Non sentire la gente che lo chiama. Quella presenza assente. Quell’immaginare le persone mentre cammina, guardarle, guardare i loro occhi, i loro volti, i loro modi, i loro capelli. Il camminare. L’immaginarle altrove. Presenza volatile. Folenaire è così. Quel suo essere sordo, quel suo avere lo sguardo perso, quel suo sognare ad occhi aperti. Non te ne accorgi quando non lo conosci. Ti sembrerà un po’ pazzo, invece no. Quel modo di analizzare le parole, una per una. Perchè ogni tanto sono messe per caso, e ce ne si accorge, ogni tanto no. E un “amico” detto o non detto lo nota chi scrive e lo nota chi legge, chi lo dice e chi lo ascolta. Una parola in pià cambia il senso, osservare. Quel modo di osservare i piccoli particolari, quel modo di analizzare. Di farti notare le cose più strane. Lo porta fuori dal gruppo. Quel modo di rispondere vago, di risponderti come se ti prendesse per il culo, ma la risposta è lì. Devi cercarla. Ne dicono ermetico. Ma no. Basta pensare come pensa lui ed è facile. E’ un modo di comunicare. Quel modo di rivolgersi scorbutico ogni tanto e di fare quelle facce. E prova a pensare cosa sta pensando quando fa quelle facce.

Certo, curiosità. E’ curioso il modo di versare il caffè o il thè in tazze e tazzine. Quell’immaginarsi già la curva del liquido che cade, guidarlo con gli occhi. Il non pestare le linee e le diagonali quando si cammina. Ci sono linee dappertutto! Sono i bordi dei mattino, o le diagonali di un quadrato immaginario formato dai vertici delle porte o dagli alberi per strada o da qualunque cosa possa formare un vertice. Non sono in molti a vederli. Ma non è l’unico Ciccillo. Lui lo fa anche quando serve e lo fa anche Folenaire. Chi le linee chi le diagonali. Mai pestare le linee fra una mattonella e l’altra. MAI! Attenti. Potreste attivare la trappola. Cercate di far andare il piede nella mattonella o camminate sulle punte. Oppure prendete sempre le linee.. scegliete voi. Ciccillo prende le linee, Folenaire no. Tanti rettangoli, diagonali che vanno da un vertice all’altro e quindi 4 triangoli per ogni rettangolo. Mettere il piede nel triangolo e cercare di non pestare le diagonali.
E’ una fissa. Punto. Non è pazzia. Follia. Naaaa! Immaginazione. Non avete mai provato? Non ne potrete più fare a meno.

Quel modo di non fare domande di Ciccillo. Quel non so che. Quel modo di sapere già le cose guardando. Non ha bisogno di far domande, conosce la risposta. Oppure non fa domande delle quali non conosce risposta. Bhò? Come stanno veramente le cose? Quando fa le domande la risposta già la conosce. Si dice gnorri. Fa finta di nulla. Tollera. Quel nonsocché. Accarezzarsi la barba sul mento e pensare. O accarezzarsela sulla guancia e pensare. O strappar via i fuori quota, quelli che dan fastidio.

Piccole cose. Mordersi il labbro. Ancora. Posizionar la testa a una certa maniera per leggere. Ti colpisce, ti prende. E’ quel non so che ti permette di estrapolare e di non riuscire a trovare altro.

C’è gente che di non so che non ne ha. Si, ce n’è. Diffidate. Amate il non so che.

Le piccole manie e le follie di menti contorte o tanto semplici da poter essere amate.

Sunday, 27 January 2008

Il Ragazzo della Sciarpa

Oggi è entrato un tipo. Neanche lui credo sia arrivato per caso.

Capelli folti, castani, tanti capelli bianchi, barba incolta, in carne, cappotto lungo, scuro, di velluto, camicia, maglione, pantaloni di velluto, scarpe consone al resto. Cappello. Sciarpa a strisce corte, colori autunnali: verde, marrone, arancione, ocra. Un pianoforte disegnato sulla sciarpa.

Ha chiesto un caffè. L’ha preso e si è portato su un tavolino adiacente al muro difronte alla finestra di folenaire. Si è seduto, si è tolto sciarpa e cappello.
Ha scrutato un po’ in giro. Le persone, le finestre, oltre le finestre, le persone. Il posto.
Ha bevuto il suo caffè.

E’ rimasto un po’ lì. Ha preso il suo cappello e se n’è andato.

Ha lasciato la sciarpa.
Tornerà, ha lasciato la sciarpa.