A volte la luce non è necessaria. Si può rimanere benissimo con gli occhi chiusi, anzi è meglio.
Aver imparato tutto quando a luce accesa fa comodo, ma se ne può fare a meno. Ed è bello.
A volte è necessario che sia buio. È in pancia che lo senti. Dicono che queste volte qui l’oscurità è solo una sensazione esterna: ci sono i tavoli, ci sono le sedie, ci sono le tazzine, cucchiaini e zucchero. C’è il palco e c’è il camino, spento: emana ancora calore. Ci sono tutte le piastrelle del pavimento. C’è il bancone, c’è la porta. La magia è che queste cose, oltre che esserci, si fanno sentire.
Non c’è cosa peggiore che una lampadina accesa improvvisamente, in questi casi, e qui questo non può accadere.
Seduto al tavolo, immerso nell’ombra, Folenaire scrive. Come sempre la finestra alla sua destra, buio dentro e buio fuori. Ci sono le candele, spente – sono belle: una è marrone e l’altra magenta. Profumano. Le loro piccole fiamme giocano con le ombre e non è necessaria la luce perché sia visibile.
È tornato il Rubazucchero questa volta. È seduto ad un altro tavolo, il suo. Ha una tazza di tè fra le mani, le riscalda. Ha una bustina di zucchero in tasca, l’ha scelta fra le tante: l’ha sentita, la sua, e l’ha presa. Era la quarta che ha toccato col medio, l’ha sfilata e se l’è intascata. Il Rubazucchero non ha mai avuto bisogno di accenderele candele per giocare con la cera e guarda attraverso la finestra fissando il davanzale.
Stanno parlando i due, li sentite? Fate silenzio, e se prestate attenzione li sentirete.
Il pianoforte sta suonando ma nessuno è seduto allo sgabello, il palco vibra e la cenere balla sia nel camino che nel posacenere poggiato sul tavolinetto proprio davanti al fuoco, spento, fra le due sedie a dondolo.
Queste sono le notti del Brividivendolo, le sue preferite. Se ci fate caso potreste sentirlo sulla terrazza della Bottega. Gioca con la Luna.
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