I Gatti e la Luna

-Strano ragazzo – disse a bassa voce Satagius – sembra che solo la luna ti dia un po’ di forze, che la luce del sole sia troppo forte per te, che tu abbia bisogno di riceverla filtrata, depurata, placata. La luna, amica dei solitari. Io la conosco bene: anche io ero come te, stragato dai copioni deliranti dell’instancabile drammaturgo nascosto nell’ipotalamo. Anch’io ero preda di quelle strane reazioni chimico-neuronali, di quelle dissipazioni di potenziale elettrico che vengono chiamate sogni. Vorrei tanto che attraverso questa mano la tua malattia arrivasse a me, e tu ne fossi liberato. Anche se a volte penso che sarebbe meglio se il tuo viaggio finisse qui, finché credi ai tesori. Prima di accorgerti che la tua parte migliore non interessa a nessuno. Ma tu devi vivere. Voglio incontrarti tra qualche anno, e magari allora sarai tu a tenere la mano sulla mia fronte che brucia. Farò tutto quel che posso per salvarti. Quando esco da questa clinica, nel sole, non chiudo porte dietro di me. Attraversi i muri, ascolto. La notte, nelle camerate buie, cammino. Stesera l’ombra dell’albero magico invaderà questa stanza, rinfrescherà la tua fronte, accenderà il tuo sangue. Ti alzerai dal letto e camminerai, ti tufferai in mare, volerai. Te lo prometto, ti starò vicino. Guariremo, Elianto.
Il ragazzo spalancò gli occhi.
- Le ho mai raccontato dei miei tre gatti, dottore?

S. B.

L’ho trovato su un pezzo di carta infilato sotto la porta, nella Stanza Segreta delle Poste. Era stato messo lì appositamente affinché io lo trovassi. Ero entrato e non c’era nulla. Arrivato il momento di tornare qui, l’ho trovato ai piedi della porta dalla quale entro io. Di corsa sono uscito ma non ho trovato nessuno.

E ora quel pezzetto di carta giace qui, su questo tavolo, accanto ad una tazzina di caffè.

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