Piedi scalzi, con una torcia in mano. La bimba camminava sugli aghi ci pino caduti giù come fiocchi di neve.
C’era vento, tanto vento; gli alberi oscillavano impazziti. Una danza celestiale al cospetto della regina, danzavano su note inenarrabili. Nessuno riusciva ad ascoltare quella musica.
Gli alberi danzavano al cospetto della regina.
La bimba girava intorno al laghetto, l’acqua sgorgava e lei passeggiava con i piedi nudi. Con la sua torcia illuminava il sentiero e si accorse di lasciare impronte. La bimba riusciva ad ascoltare quelle note, gli alberi fremevano, si accorsero della sua presenza e alimentarono la loro danza. Lei illuminò il laghetto con la torcia e vide un rospo nel lago: non riusciva ad uscire, si dimenava. Allora si avvicinl al bordo del lago, si rivolse al vuoto pronunciando delle parole sconosciute. Sotto il rospo spuntò una tartaruga, lo prese sul carapace e lo portò su aggrappandosi al bordo del laghetto. La bimba lo prese in mano e lo liberò. Il rospo fece un salto e finì in un’orma lasciata dalla bimba. La bimba sorrise e la luna si nascose dietro gli alberi. Loro continuarono a ballare festeggiando la loro regina. La luna non ebbe il coraggio di apparire completa: al sorriso della bimba diventò rossa dalla vergogna e nascose un suo spicchio.
Credete che agli alberi interessasse qualcosa del re? Eppure lui c’era, era lì, svettava su tutti all’insaputa di tutti. Il re, il più grande fra gli dei, credeva che la luna si fosse nascosta per lui, credeva che il gioco d’ombre creato dai rami fosse a lui dedicato. Agli alberi poco importava, erano lì per la loro regina.
La bimba continuò a paseggiare e a danzare con gli alberi. Finì per addormentarsi, stanca, sulle gambe della mamma. Solo allora gli alberi si placarono non dopo un’ultima impetuosa danza per salutare la loro regina. Mischa.
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