Caffè Monet

Luce bianca, cielo bianco. Un lampo, silenzio. Un rombo. Due, tre. Ancora. Una catena di bassi, sordi e profondi.

Tuona. Tuona sopra il paese. Piano si fa viva qualche goccia, timida si presenta sul davanzale. Ancora qualcuna, d’avanguria. Silenzio, un lampo ancora, comincia a suonare l’orchestra. Vengono giù in massa, la fanteria e poi ancora la cavalleria, da ogni direzione. Non c’è scampo.

Lo specchio del lago si sfoca come un quadro di Monet ma bianco come il cielo. Milioni di piccole onde si incontrano e scontrano, costruiscono e distruggono. Diluvia.

Tuona ancora. Il cielo s’è messo a suonare: è un percussionista nato. La piaggia batte sulle foglie degli alberi come fossero piatti. I timpani sono annunciati da fiammate bianche. Tanti tamburi di ogni tipo risuonano al battere delle gocce.

Duecento volte risuona nell’aria questa composizione sorda.

Non c’è scampo. Anzi c’è. Un caffè sul davanzale, finestra aperta. Un caffè corretto con goccioloni di pioggia.

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