Dal terrazzo della Bottega, della Bottega del Brividivendolo, da quella terrazza è possibile vedere i giardini. Una volta ci sono stato a Babilonia. Mi ci portò il Brividivendolo. Mamma mia! Una volta m’ha portato a Timbuktu, e non credevo ci potessero essere posti più belli di quello. Mi ricredetti. Ce ne sono tanti, non più belli. Non ho più potuto dire “più bello”, quando ho messo piede ai giardini.
Babilonia era stupenda, era colorata, chiara, era ricca di gente. Ricca di donne. Tante donne. Uomini, tanti uomini. Ricordo sopratutto le donne di Babilonia. Il Brividivendolo era un buon accompagnatore quando si trattava di queste cose. Lui conosceva il Re, Nabucodonosor. Si.. si! Lo conosceva! Non so dove l’avesse conosciuto, fatto sta che sembravano vecchi amici.
Quel giorno, appena arrivati, ci dirigemmo al palazzo reale: fummo accolti come mai avrei potuto immaginare. Una decina di donne in tunica ci condussero dal Re. Credevo fossero sue schiave, invece mi sbagliavo. Quelle donne erano lì per accogliere noi. Strano! Tutte queste donne, invece che per il Re, erano per noi. Lui sedeva solo soletto, lo vedevo sempre accompagnato da uomini. Armati per giunta!
Nabucodonosor, dopo un caloroso saluto e un’amichevole presentazione, ordinò alle ancelle di accompagnarci alle nostre stanze. Per raggiungerle dovevamo superare i giardini, ma non ci passammo dentro. Vidi delle scale molto larghe, una rampa molto lunga, e in cima come un’enorme terrazza. Ci passammo di fianco. Si vedeva come una foresta su per quelle scale. Gigantesche piante, verdi, colorate e fiori stupendi. C’era rumore di acqua che sgorgava. Vidi un rigagnolo e una cascata.
La vidi, si affacciò. Aveva degli occhi stupendi, stretti, accompagnavano il suo volto, stringendosi, verso le orecchie: sembrava volessero raggiungerle. Aveva dei capelli neri ed era bianca. Era stranamente bianca.
Le donne ci accompagnarono nelle nostre stanze. C’era un bagno molto grande, una vasca immensa con dell’acqua che sgorgava come una fontana. Ci invitarono a spogliarci, quasi volessero lavarci loro. Ne arrivò una con un vassoio di sali profumati. Il Brividivendolo mi invitò a imitarlo. Delle ancelle mi invitarono verso un’altra stanza, era uguale alla precedente. Un altro monumentale bagno. Lui era già nella vasca. Ricordavo che Nabucodonosor ci aveva detto di fare come fossimo a casa nostra. Accolsi l’invito. Mandai le ancelle dal mio amico, immagino non disdegnasse. Dissi di volermi riposare.
Mi affacciai ad un’apertura: c’era un balcone larghissimo quasi quanto gli appartamenti e lì di guardia altre donne. Non c’erano uomini nei pressi delle nostre abitazioni. Provai ad allontanarmi, non mi dissero nulla. Riuscii ad arrivare ai giardini, non c’era nessuno di guardia, quasi non servissero. Sembrava un posto dove ognuno sapeva quello che doveva e poteva fare. Non c’erano guardie in quel posto. Lasciai le scale alle mie spalle. Scoprii un’altra rampa, più piccola, spartana, sembrava una rampa secondaria, nascosta da un gigantesco tronco che arrivava fino al terreno. Salii su per quelle scale, piano.
Un’infinitae distesa di colori, e suoni, e… rimasi senza parole. C’erano sentieri, rigagnoli e uccelli. Cantavano; cantavano di essere gli uccelli più fortunati dell’universo. Sentivo il rumore di una cascata, lo seguii, nascondendomi all’ombra di quelle maestose piante. Arrivai alla cascata, c’era un lago. Un piccolo lago e quasi da due piani più su cadeva dell’acqua.
Era lì. Quella donna, la donna dagli occhi stretti che volevan raggiungere le orecchie, per accarezzarla, piano e magari sussurrarle qualcosa. Era lì. Mi nascosi dietro un albero con dei fiori arancioni. Vidi una veste, credevo fosse un’altra donna. No, era la sua tunica. Era arancio anche quella tunica. Mi accorsi presto che lei era nuda. Rimasi immobile, pietrificato a quella vista. I suoi seni erano piccoli, bianchi, bianchissimi. E le sue gambe erano snelle e lunghe; i capelli nero corvino e gli occhi erano azzurri. Non celesti, non blu. Azzurri. Azzurri come l’acqua che rifletteva il cielo, dove era possibile vederlo. Azzurro raro, in quella sterminata distesa cangiante. L’acqua non era verde, non era azzurra. Rifletteva i milioni di colori di quel giardino.
Ed era bianca. L’acqua era bianca lì dove si rifletteva la sua pelle.
Scivolava sull’acqua come una foglia, si immergeva come un pesce nobile e casto e ne veniva fuori come una sirena, raccogliendo i suoi capelli neri portandoli avanti, quasi a toccare i seni.
Rimasi fermo lì per molto tempo, non mi accorsi che il tempo passava.
Ad un tratto emerse, si avvicino alla riva, e venne fuori dall’acqua. Impallidii. Si stese lì dove il sole riusciva a schivare la guardia di quegli enormi alberi. Rimasi fermo, immobile, all’apparenza impassibile.
I raggi sembravano volerla schivare. Era impossibile da guardare, rifletteva la luce come fosse uno specchio.
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