Molto contento Folenaire, dopo aver aggiunto un ulteriore tassello alla sua ricerca, festeggia con un ottimo thè orientale.
Era sorridente. Appena sorridente. Contento.
Sorseggia il suo thè sulla sedia a dondolo, quando zio Mimì gli fa un cenno.
“Sai chi mi ricorda quel sorriso?”
“…?”
“Un ragazzo che ho conosciuto a Chicago più di 40 anni fa.”
L’aria si fa magica. Il fuoco nel camino sembra capire cosa sta per succedere ed emana una luce particolare, quasi per magia proietta le ombre di Folenaire, di zio Mimì e del Rubazucchero sulla parete con le finestre. Se ne accorge anche il Rubazucchero. E’ lì che guarda il mare attraverso la finestra e d’un tratto, quando sente parlare zio Mimì, si gira e fa per ascoltare.
Il Rubazucchero può ascoltare, capire, ma non può ricordare. Lo sa. Lo fa volontariamente, allora sfrutta i momenti opportuni per rivivere i racconti altrui. Brama i racconti, li assorbe, guarda negli occhi chi li racconta, e vede ciò che ha visto il narratore. E’ a Chicago in questo momento, con zio Mimì.
Si avvicinano tutti.
“Ero a Chicago per far visita a mio fratello. E’ più grande di me, era lì da un paio d’anni. Ci ero arrivato sfruttando il biglietto di Wilem. Gli era toccato andarci per conto di uno suo professore. Che fa quel disgraziato? Quei giorni era tornata la sua amica rossa scozzese e diserta. Ci vado io al suo posto. Chiaramente non per far quello che doveva far lui. Vado a trovare mio fratello, dovevo rimanerci poco tempo. Ci sono rimasto… un po’ di anni. Due a Chicago. Sempre lì.
C’era buona musica per i locali dell’Illinois. A Chicago sopratutto, chiaramente. Città molto grande, molto grande e particolare. Somigliava ad una città Europea: tanta gente delle nostre parti, strade strette e vicoli.
Un giorno mio fratello mi presentò un amico, un certo Mach. Lo chiamavano così. Mach. Il perchè lo chiamassero così non è dato saperlo.
Toriamo a noi. Questo Mach aveva un buon giro: amici, tanti, ragazze, tante. Una sera mi fa, in inglese chiaramente:
“Digli che sei mio amico.”
“A chi?”
“Stasera. Hai nulla da fare no?”
“Veramente…”
“Non hai nulla da fare. Ci parlo io con tuo fratello. Vai al Black Key Club, consegna questo all’entrata. Ti piace la musica no? Digli che sei mio amico.”
“Ah… ci va anche Ashley. Con suo padre però.”"
“Come potete immaginare quella sera andai al Black Key Club. Ci andai abbastanza presto, volevo vedere che ambiente ci fosse. Luci soffuse, lumini e candele su ogni tavolo. Sembrava un po’ come questo posto, molto americano però. C’era un palco rialzato e tanti tavolini. Prima di entrare notai una locandina: “One Man Band, the big one, here tonight”.
One Man Band. E’ lì che lo incontrai.
Charlie. One Man Band.
Entrai, mi guardai intorno. Chiesi da bere. Questo posto sembrava sfuggire ai controlli. Pieno proibizionismo, ma sapete bene come funzionavano le cose a Chicago quegli anni. One Man Band.
Chiesi un Whisky, dissi che ero amico di Mach. Non sapevo a chi dovessi dirlo, lo dissi al barista. Come non detto: mi riempì un bicchiere d’uno Scotch Whisky proveniente dalle Highlands, invecchiato oltre 20 anni. Tirò fuori la bottiglia da un ripostiglio nascosto, accanto agli altri liquori. “Questo Whisky è più vecchio della prima guerra!” disse. Ma non credo fosse vero, nonostante il Whisky fosse veramente molto vecchio. Il barista era italiano. Gli americani non parlavano di “prima guerra”, nè tantomeno si rivolgevano ad uno sconosciuto in italiano.
Il locale cominciò a riempirsi. Tante donne anche non accompagnate. Mai visto un posto del genere. E arrivò anche Ashley. Non c’era un tavolo libero, io rimiasi in piedi al bancone.
One Man Band. Uno scroscio di applausi neanche toccò un tasto. Sul palco c’erano un pianoforte, una batteria, un contrabbasso. Venne fuori solo un tizio, in carne, senza barba, vestito beige Principe di Galles, scarpe tendenti al Bordeaux, come il Cappello. C’era solo lui sul palco, sebbene ci fossero 3 strumenti.
Ebbene, non ci crederete mai: quel tizio non solo suonava tutti e tre quegli strumenti, ma li suonava da Dio. Non li suonava contemporaneamente. Mai! Eppure sembrava che stessero suonando tre persone, tre strumenti, contemporaneamente. Non so come facesse, forse era il locale. Cominciò con un blues al pianoforte, sembrava improvvisato. Si alzo, abbracciò il contrabbasso… e fu come se stesse ancora suonando il pianoforte. Successe la stessa cosa con la batteria. E non solo. Tirò fuori una fisarmonica. Un blues con la fisarmonica… e poi una ragazza gli passò una chitarra. Fu uno spettacolo impressionante. Bella musica, blues e jazz. One Man Band. Non saprei come descrivervi quello che suonava.
C’erano tante donne lì, erano in piedi, ballavano… erano sotto il palco. Si divertivano da matte, erano ipnotizzate dalla sua musica. Lui continuava a suonare. Alcune candele cominciarono a spegnersi. Continuava a suonare.
Altre candele si spensero. Continuava a suonare.
Ne rimase accesa solo una. Una sola. Scese giù dal palco, con una rosa tra i denti e con la chitarra in mano. A quel tavolo c’era una donna sola. Bruna, sorridente, occhi piccoli e stretti, mento pronunciato… lui le accarezzò il naso con la rosa e gliela poggià in grembo. Tutti si girano a guardare. Silenzio in sala. La sua voce e la chitarra.. contrabbasso, pianoforte e batteria e fisarmonica.. suonavano ancora. Tornò sul palco. Posò la chitarra e si rimise al piano. Era un lento, un blues molto lento. Un blues mai sentito. E’ lì che sentii, come è successo qui una volta, scrivere parole con la musica.
Il pianoforte sembrava parlare, pronunciava il nome Margaret. Era chiaro.
Lei si alzo, quasi il pianoforte la stesse chiamando. Lui continuò a suonare Salì sul palco. One Man Band continuò a suonare.
L’ultima candela, quella sul tavolo di Margaret, si spense, One Man Band smise di suonare. Era lei Margaret. La candela si spense. Lui smise di suonare.
Fu una serata stupenda. Ricevette un’ovazione. Come sempre, mi dissero. Margaret. Non lo vidi più quella sera, neanche lei. C’era un buon numero di ragazze, per lui. Belle donne. Sembravano ipotizzate dalla sua musica. E lo rimasero anche dopo che andò via. I loro sguardi però sembravan rassegnati. Margaret.
Lo incontrai il giorno seguente, sempre al Black Key Club. Non suonava, lo incontrai di pomeriggio. Gli dissi che ero amico di Mach.”
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