“Apri quel cassetto là infondo! Secondo me l’hai messo lì.”
“Ah, dovrei averlo messo io lì?”
“E certo, io no di sicuro. Sei tu quello che l’ha messo da parte. C’era tempo, c’è tempo. Va a vedere..”
“Io… io eh? Eravate tutti d’accordo però!”
“E lo siamo ancora!”
Ciccillo cerca quelle sue carte. Ha deciso di riprenderle in mano. Folenaire è titubante. Era lì con i suoi appunti, con i suoi fogli, con il suo thè. E tutt’a un tratto si ritrova al pianoforte. Ciccillo è con le bacchette in mano, il conte alla chitarra e quella ragazza è al basso. Tutti. Tutti lì a suonare la stessa cosa.
E’ una musica allegra, intensa e profonda. Ti entra da tutti gli orifizi, tutti, e ti riempie, ti prende e ti solelva da terra.
E poi è arrivato il Rubazucchero, ha aperto l’armadietto e ha preso la fisarmonica.
Saltella, ondeggia, corre, frena, fa una curva, poi un’altra, e poi volteggia.
Ci sono le candele accese. E guardalo Folenaire, ha chiuso gli occhi. Suona con gli occhi chiusi. E quando è così è grave. Ed è bello. E le candele sono accese, e c’è il fumo che volteggia voluttuosamente seguendo le stesse curve delle note.
Svolta con loro, volteggia, gira attorno a quella ragazza, lì seduta con il suo thè. E la musica riprende, arpeggi, e salti e lentamente.
Fa cadere la tazza, si fa in mille pezzettini. E ballano i pezzettini. E il fumo e le note iniziano a riempirla, le sente, le riempiono i polmoni, le avvolgono il cuore e lo spingono, lo agitano, lo accolgono e salgono su, fanno vibrare le sue corde vocali come le corde di un contrabbasso. E scendono fin nei suoi segreti più profondi e l’accarezzano. Dappertutto, le note e il fumo delle candele e l’incenso. La accarezzano, la provocano, la chiamano.
Ed è lì, Evlaliya a ricomporre la tazza. E non le verrà più fuori una tazza. Ma un.. un? Cosa le verrà fuori? Pezzo dopo pezzo..
La musica và e la ragazza è lì, in piedi, trascinata dal flusso, accarezzata dal fumo e dal profumo. Vibrano le corde e le pelli e i legni e la sua pelle.
La sua pelle vibra e profuma.
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