Saturday, 13 March 2010

Folenaire

schifezze

sono il motore del mondo

Sunday, 28 February 2010

Nascosta tra tasti bianchi, provocata da quelli neri

Ciccillo Café

Succede lì in fondo
seduto al pianoforte
quando non c’è nessuno.

Quando seduto al pianoforte crede non ci sia nessuno.

Lo vedi da come tocca i tasti, lentamente, velocemente, volgarmente, dolcemente, ferocemente, li accarezza o vorrebbe distruggerli. Non c’è nessuno e lui non è lì.

È una magia: sono quei momenti in cui suona il piano e tu non ascolti quello che sta suonando ma vedi ciò cui sta pensando. Suona bazzecole a volte… ma te ne accorgi che non sta suonando.

Puoi vedere di tutto: puoi vedere la donzella cui sta pensando, o la causa della sua rabbia, o della sua solitudine. È lì, nudo, in quelle note. Non si può arrivare più a fondo di così. Folenaire e le sue poche note.

Così nei momenti più soli e dolci a sorpresa puoi frugare nei suoi pensieri più profondi e sbirciare i suoi desideri. Le sue bramosie.

Le note erano lente e dolci, legate, e andavano dalle spalle fino al coggige, attraversavano la schiena, passavano suoi fianchi e risalivano sino alla nuca, fra i capelli. E se non avesse smesso…

Era come la stesse accarezzando, nascosta tra i tasti bianchi, provocata con quelli neri.

Sunday, 28 February 2010

Folenaire

f like sad

Wednesday, 24 February 2010

Non è facile ascoltare Mozart

Conte di Baciamano

È sempre meglio ascoltare Mozart, ma non è facile. Mozart ha scritto tante opere.
Cosa può succedere?
Ci pensi, cerchi nei ricordi, leggi un po’, ne scegli una; credi sia quella giusta, la ascolti.

Toh! È sbagliata. Hai sbagliato opera! Ma com’è possibile? Era quella giusta, sembrava quella giusta.
Invece no.
Magari hai sbagliato sonata oppure andava scelta una sonata per pianoforte e violino invece che solo per pianoforte oppure un concerto per tre pianoforti. Ecco, quello lì è quello giusto, forse, il numero 7. Ma suona male in determinati casi. Non è facile stare ad ascoltare tre pianoforti. Ma allora che si fa? Bisognava scegliere quello per due pianoforti, il numero 10. E stare persino attenti a chi sono i pianisti.

Mica facile ascoltare Mozart.
Una volta che hai sbagliato opera potresti demoralizzarti dargliela su, passare a Beethoven, o Bach o in preda alla follia ascoltare un concerto per pianoforte di Rachmaninov (Chopin meglio lasciarlo stare), sapendo comunque che non è la stessa cosa. C’è Mozart e ci sono tutti gli altri.
Oppure si potrebbe essere ancora più testardi e insistenti e volerne venire a capo a costo non solo di ascoltar tutte le opere Mozartiane, ma addirittura seguierle da spartito, cercare i migliori concertisti in capo al mondo e andarli ad ascoltare. Rapirli e sventrarli per carpire i segreti di quel che suonano.

Non sarò Mozart, ma il concerto numero 10 non può finire facendo tacere i due pianoforti e ascoltando lo spegnersi fasullo degli archi. Ascoltare per credere.

Wednesday, 24 February 2010

Il Rubazucchero non mangia dolci

Folenaire

Ho sempre bisogno di nuove storie. Nuovi occhi nei quali intrufolarmi risalendone lo sguardo, fino ad arrivare alle viscere, raggiungere il midollo, contarne i linfociti, sentirli blaterare… e raccontarli.

Finché non incontro occhi che al midollo non mi ci fanno arrivare, mi sollevano da terra, mi fanno volare e mi fanno perdere qualsiasi contatto con la realta. Come fossero una porta fra universi.
Quando incontri questi occhi qui è dura, mi posso fare molto male. Per fortuna è raro incontrarne. O per sfortuna.

È per questo che mi ritrovo spesso in situazioni ambigue, interessanti e pericolose: mi caccio sempre nei guai.
Sono contento di cacciarmi nei guai, anche quando torno qui triste a bere il mio buon tè, mesto, seduto, e non ho le forze di guardare dalla finestra. Fisso il tavolo, la tazza, poi non ce la faccio e guardo la finestra come il rubazucchero guarda le porte dell’autobus chiudersi, sperando di rivedere quel sorriso.

C’è che questa sera è tornato qui anche il Rubazucchero, è triste. Stasera è tornato qui con me, mesto. S’era rivisto dopo tanto tempo e sembrava aver ritrovato gli occhi che cercava. Stava volando e si vedeva. Guarda fuori della finestra il Rubazucchero; ha rubato le sue bustine ma non ha ordinato nulla.

Nella notte, alla sola luce della Luna, si formarono rigagnoli sulle sue guance. Non erano rigagnoli di caramello, il Rubazucchero non mangia dolci.

Sono bellisimi i tuoi occhi, e fanno un male cane.

Tuesday, 23 February 2010

Fuga in Doppler

Folenaire

Una ragazza che suona il pianoforte, le rotelle del pianoforte sono sbloccate, lo sgabello segue il piano.
Suona Mozart.

Il piano corre veloce e le mani della ragazza anche. Lei è in sella allo sgabello e corrono giù per la strada, come fossero nel salone di quel transatlantico.

C’è un ragazzo dietro di lei, la insegue, vuole ascoltare la sua musica, lei non vuole fargliela sentire ma non può smettere di suonare. Allora corre… e suona.

Il ragazzo la insegue, cerca di starle dietro, e ascolta quella musica ma non si accorge di quel che non va: per uno strano effetto della natura, le note in velocità del piano vengono distorte, e fuggono via dalle orecchie del ragazzo lasciandogli una melodia fastidiosa, bella ma fastidiosa, celante.

Sa che ciò che sta suonando la ragazza non è quello che sentono le sue orecchie e allora corre più forte, cerca di raggiungerla, la musica è ancora distorta e fastidiosa.

Il pianoforte allora arriva ai piedi di una strada in salita, e rallenta fino a fermarsi. Si blocca. Il ragazzo raggiunge il pianoforte e le mani di lei, come dei ragni saltellanti, continuano ad accarezzare il pianoforte. Non può smettere di suonare.

Cosa farà? Cambierà musica fingendosi Bach o gliela farà ascoltare?

Il ragazzo raggiunge il pianoforte e si siede per terra, in modo da poter guardar le sue mani sfiorare dolcemente i tasti.

Monday, 8 February 2010

La bambina dei Patriaršie

Folenaire

Una passeggiata ai giardini Patriaršie può fare magie.
Si narra che un tempo di lì ci sia passato un personaggio molto strano, si intromise in una discussione fra due uomini e cambiò la storia.

Creò un varco e collegò Mosca con una quinta dimensione.

Dietro la sua panchina c’era una bambina che giocava con delle bustine di zucchero colorate. Le disponeva per terra a formare un mosaico.

Quello strano personaggio aveva previsto tutto, ma non avrebbe mai immaginato che il mosaico creato dalla bimba avesse un potere ben più forte del suo.
La bimba cominciò a toccare le bustine come fossero la tastiera di un pianoforte e l’uomo udì suoni che neanche nella sua quinta dimensione sarebbe possibile riprodurre. Ogni riga alimentava uno strumento diverso, e ogni colonna una nota diversa.
Le braccia della bimba si muovevano come stessero muovendo delle enormi marionette e le sue dita sfioravano le bustine adagiate sul prato.

La musica invase la capitale ma solo in pochi la udirono: a questi si chiuse lo stomaco ed ebbero come attacchi di follia, alcuni cominciarono a correre per dover raggiungere qualcuno, altri si presero a muoversi molto lentamente.

Il resto della città restò incredulo a guardare.

Monday, 8 February 2010

Ciccillo Café

Quando tutti smettono di credeci, Folenaire ci crede ancora.

Solo lui?

Wednesday, 3 February 2010

Folenaire

Cadute da chissà dove, due gocce di cioccolata,
due stupende gocce di cioccolato,
si andarono a posare come fiocchi di neve
accanto ad una coppia di nocciole.

Non da chissà dove, ma da Orione.
smile

Monday, 1 February 2010

Souris moi, si tu peux!

Folenaire

Voglio tirare un mega morso a quella torta. Non voglio farla a fette e mangiarne una. Voglio prendere la torta, e tirarle un gran morso come nei cartoni animati.

..sporcarmi il viso di cioccolata.

Ma dove la legate la corda che vi tiene ancorati a terra? Come mai non arrivate subito a toccare con le dita la punta del grattacielo, o la punta dell’albero maestro?

Souris moi, si tu peux!

Sunday, 31 January 2010

Ciccillo Café

Il ragazzo ci aveva visto lungo. C’è da dire che non l’aveva fatto apposta.

Ricordo cos’era successo: era alla ricerca degli occhi e del sorriso della ragazza dell’autobus. Ogni giorno la stessa strada, ogni giorno gli stessi luoghi e la stessa fermata, nella speranza di ritrovarla.

Molto spesso è passato di qui, ha preso tè, caffè, cioccolate, e ogni volta ha sempre preso una bustina di zucchero… e se l’è intascata.

Perché lo faceva? Perché lo fa, sarebbe meglio dire.

Senza volerlo, senza sapere, il nodo è giunto al pettine. Come poteva saperlo che l’enigma delle bustine di zucchero sarebbe stato risolto dall’ordine degli eventi? Sembrava lo facesse apposta.

Tutto potrebbe avere un senso.

Wednesday, 27 January 2010

Le notti del Brividivendolo

Ciccillo Café

A volte la luce non è necessaria. Si può rimanere benissimo con gli occhi chiusi, anzi è meglio.
Aver imparato tutto quando a luce accesa fa comodo, ma se ne può fare a meno. Ed è bello.

A volte è necessario che sia buio. È in pancia che lo senti. Dicono che queste volte qui l’oscurità è solo una sensazione esterna: ci sono i tavoli, ci sono le sedie, ci sono le tazzine, cucchiaini e zucchero. C’è il palco e c’è il camino, spento: emana ancora calore. Ci sono tutte le piastrelle del pavimento. C’è il bancone, c’è la porta. La magia è che queste cose, oltre che esserci, si fanno sentire.

Non c’è cosa peggiore che una lampadina accesa improvvisamente, in questi casi, e qui questo non può accadere.

Seduto al tavolo, immerso nell’ombra, Folenaire scrive. Come sempre la finestra alla sua destra, buio dentro e buio fuori. Ci sono le candele, spente – sono belle: una è marrone e l’altra magenta. Profumano. Le loro piccole fiamme giocano con le ombre e non è necessaria la luce perché sia visibile.

È tornato il Rubazucchero questa volta. È seduto ad un altro tavolo, il suo. Ha una tazza di tè fra le mani, le riscalda. Ha una bustina di zucchero in tasca, l’ha scelta fra le tante: l’ha sentita, la sua, e l’ha presa. Era la quarta che ha toccato col medio, l’ha sfilata e se l’è intascata. Il Rubazucchero non ha mai avuto bisogno di accenderele candele per giocare con la cera e guarda attraverso la finestra fissando il davanzale.

Stanno parlando i due, li sentite? Fate silenzio, e se prestate attenzione li sentirete.

Il pianoforte sta suonando ma nessuno è seduto allo sgabello, il palco vibra e la cenere balla sia nel camino che nel posacenere poggiato sul tavolinetto proprio davanti al fuoco, spento, fra le due sedie a dondolo.

Queste sono le notti del Brividivendolo, le sue preferite. Se ci fate caso potreste sentirlo sulla terrazza della Bottega. Gioca con la Luna.

Tuesday, 19 January 2010

Lo Scaffale in Rue des Fèves

Ciccillo Cafe

Seguendo la strada che parte dal lungoceano, oltrepassando l’entrata del Ciccillo Café, proseguendo verso la Bottega del Brividivendolo ma svoltando a sinistra prima di entrare in piazza, si arriva in una strada molto stretta, lastricata in basalto ma con le lastre più piccole e più arrotondate..
Rue des Fèves, o via delle Fave.

Questa è una delle vie più aromatiche e profumate del paese. Camminando per questa via parallela al lungoceano, dopo una trentina di metri, si arriva davanti ad una vetrata enorme. In realtà non è enorme ma è a misura d’uomo. Anzi, è solo una finestra accanto ad una porta, molto piccola. Ciò che da il senso dell’enormità è quel che si vede attraverso. Cinquanta scaffali cinquanta, alti quattro metri, larghi un metro e mezzo con dieci mensole per uno, ospitanti migliaia di bottiglie provenienti dalle più pregiate cantine del mondo. “Del mondo” si fa per dire: sono pochi i posti dove si produce del vino pregiato. Lo Scaffale, si chiama così l’enoteca, e si capisce perché. Una piccola finestrella accanto ad una porta altrettanto piccola, è quel che l’enoteca concede al mondo.
Qui ci lavora un omino piccolo piccolo, tondo e glabro, detto Brunello. Leggi il resto…

Friday, 15 January 2010

La scoiattolina e il caramello

Ciccillo

Conosco Folenaire!

Invece che andare e dirle “Hai degli occhi da scoiattola veramente belli”, non direbbe niente e scriverebbe una storia. Si perderebbe negli occhi della scoiattola fingendosi un cerbiatto e la porterebbe in groppa su per i monti, fino ad incontrare le marmotte. E poi le farebbe invidiose degli occhi della scoiattolina.

Continuerebbe a correre come il cerbiatto e arriverebbe in compagnia fino alla cascata, lì dove sorge il torrente. Racconterebbe che ci sono delle ottime ghiande lassù e che la scoiattolina ne va matta. Rimarrebbe le ore seduto con lei ad ammirare il mondo dalla cascata di caramello.

Finiscono all’inferno quelli così, ne son sicuro. Magari se glielo chiedi, non gli dispiacerebbe neanche.

Monday, 11 January 2010

Jolly Roger

Folenaire

C’era un ventaccio quella sera, freddo, e proveniva dal mare. L’acqua dell’oceano arrivava in strada strada. La luce dei lampioni veniva diffusa al di sopra dei tetti dalle gocce d’acqua che sbattevano e rimbalzavano e sbattevano ancora sulla banchina, sulle panchine, sulle case, sui tetti, come a volersi arrampicare fin sulla luna.

Il cielo era terso, Orione disteso sotto l’aura della Luna più tonda.

L’aria era strana, oltre che fredda e movimentata. Sembrava voler scherzare con i capelli e col cappello. In mare una luce appena visibile, lontana.