Via delle Cicorie

“Ma….”
“Sì?”
“Quell’acquavite che mi hai servito ieri.”
“Sì?”
“Ehm… ce n’è ancora?”
“Lo sapevo che saresti tornato per questo. Acqua?”
“Sì, grazie. Ma non sono tornato per questo.”
“Fammici credere.”
“È che passeggiavo in Rue des Fèves, lì dove c’è Brunello. Avevo da poco passato l’enoteca che in una traversa lì a destra, quella che connette Rue de Fèves e Rue de Molfette, quella che porta in quella piazzetta a Nord Ovest, Highlands Square.”
“Quella non è Rue de Molfette, quella lì conduce al porto e si trova più a Nord. Tu hai in mente via delle Cime.”
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My number

Ciao, mi chiamo… I mean, my name is.. I am… am… mmm.
But you’ve a beautiful smile.
Very beautiful smile.
Very beautiful, I like it.
What I didn’t say is that… stop. Wait! No, let me explain.
What? You can’t hear me? I’m deaf, too.
But, I wanted to say that I like your eyes, too. Maybe more than your smile.
Maybe. I don’t know, I’m confused.
Not nice to haven’t met you.

Cracovia

Piano sembra affondare, ma con forza e decisione lascia solchi incolmabili.
Celata da candido manto, l’avvolge vento gelido, consumando le ore;
e aratri cerulei scioglie dove sfuggono all’occhio.
Divampando nel buio armoniosa, irruente attorno ti scorre,
ti conduce al cuor degli inferi a incontrar più bella Morte.

I saraceni hanno bisogno di respirare

- Che c’è?
- Hum?
- Ti vedo male.
- Ah, quindi mi vedi.. è già qualcosa, no?
- Tira una brutta aria, vero?
- No, è che proprio non c’è aria.
- Hai ragione. Và un po’ ad aprire quelle finestre.
- Sei fuori? Mi ci devi portare in cariola alle finestre?
- Sei così stanco?
- Quasi non mi ricordo cosa vuol dire.
- Va là, ti ho visto più stanco altre volte.
- Forse, ma ero stanco per tutta l’aria che stavo respirando.
- Proprio non ce n’è ora?
- Hai visto Stirner?
- No.
- Allora proprio non ce n’è aria. Se lui non c’è guardati intorno, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
- Ma è là?
- Dove?
- Vicino alla banchina.
- Appunto, è fuori.
- È da tanto però che non arrivano gatti neri.

Me l’hanno detto

- Capita che, poco prima dell’incrocio, non si ricordi più qual’era la strada da prendere. A destra? A sinistra? Or straight ahead? E se invece che un incrocio classico capitassimo al centro di una delle stelle parigine con altre 11 opzioni? Escludendo che avessimo escluso la dodicesima, quella alle nostre spalle.

- Arrivo all’incrocio e non so che strada prendere. Mi siedo. Mi siedo?

- Fa un po’ come vuoi, ma il punto non è cosa fare quando si arriva all’incrocio, ma risolvere questa situazione. Puoi fare il barbone all’incrocio, se ti va.

- Non mi va.

- E allora spera di ricordarti almeno qual è la domanda, quando arrivi all’incrocio.

- Ma il problema non era proprio quello? Cosa faccio se non mi ricordo la domanda? “In questo caso continua ad andare avanti se sei lungo una strada dritta, e spera di ricordarti la domanda quando arrivi all’incrocio”, avevi detto. Il problema sorge se non ho la domanda quando arrivo all’incrocio. Non dirmi che devo sperare che il semaforo sia rosso, perché comunque diventa verde molto presto.

- Intanto prendi del tempo, e non per colpa tua. Bisogna farsi un attimo furbi. Attenti a non passare col rosso. Certo a volte conviene scattare al verde, ma non nel nostro caso, non se non abbiamo la domanda.

- La domanda.

- Forse è il caso di prendere un po’ di domande campione e vedere se la nostra era fra queste.

- uhm…

- Perché? In questo caso prendi la via della biblioteca, cerca il tuo perché e le tue risposte. Se quando hai finito hai ancora dei perché sicuramente hai i mezzi per cercarlo da solo il tuo perché. Sperimenta, prova e riprova e percorri tutto a ritroso. Ti avvicinerai al perché.
Come? Anche in questo caso credo tu debba prendere la stessa via del perché. Il problema sorge se la tua domanda è chi? Beh, qui non abbiamo risposte per questo, devi andare in chiesa.

- Chiesa?

- Ehm… sei mai stato dall’altra parte del lago?

- No.

- Se vuoi sapere cos’è una chiesa, prendi la barba e appena arrivi dall’altra parte guarda in alto. Vedrai un qualcosa di simile ad una torre, cerca di arrivarci sotto. L’enorme edificio che vedi lì accanto…

- La chiesa.

- Sì. È un po’ più complicato di così, la fanno un po’ più difficile. Però lì non troverai tutti i chi.

- Cosa?

- Ecco, questo è un po’ più complicato. Cosa vuoi? Probabilmente vuoi un chi o un perché e questi invece ti portano da qualche altra parte, né in biblioteca né in chiesa, ma devi rimanere per strada, in piazza. Oppure devi andare in teatro.

- Mi hanno detto che li ci sono tutte le risposte.

- Chi?

- Stirner.

- Stirner? Ti ha parlato?

- Sì.

- Sicuro non fosse Fydor?

- Quello nero.

- Behemoth?

- Quello nero, grande.

- Behemoth! Chiaro, Behemoth. Ne sa una più del diavolo: se non tutte le risposte, sicuramente troverai le domande.

Alché il Rubazuccherò si alzò, intascò la sua bustina, e uscì.

***
- Sei sicuro fosse il Rubazucchero?

- Sicurissimo.

- Ha parlato?

- Sì.

- L’hai sentito con le tue orecchie?

- I’ve been told.

- Chi?

- Stirner.

Furto al quarto tavolo

Stirner… vieni qua! Che fine avevi fatto? Dai, avvicinati, non te la menare!
Ecco… bravo.

Stirner… ma lo senti questo silenzio? Non guardarmi così, certo che il silenzio si può sentire! Storci pure il muso, il silenzio lo puoi sentire anche se fai quelle smorfie.
Immaginavo, fai finta che non ti importi. Mi devi spiegare perché allora quando c’è tutto questo silenzio cominci a girare impanicato per il Café, fai slalom fra i tavoli come se ci fossero mille gambe da evitare… quando puoi benissimo sfilare da una parte all’altra senza incontrare ostacoli. Certo che ti vedo, anche se sai essere più silenzioso del silenzio.

Ero lì che pulivo le tazzine e t’ho visto, non farti tante domande.
Non piovono goccioloni da un bel po’, è per questo che sei abbattuto? Vedrai che prima o poi verrà a tuonare, sta tranquillo.

Non lo so che fine hanno fatto gli altri, ma non preoccuparti.. torneranno anche loro, come la pioggia. Sono lì da qualche parte. Magari Folenaire è in giro in moto. Non li hai visti questi giorni in giro? Neanche lì fuori?

Quel ragazzo invece non so dov’è, ma quando tornerà troverà delle nuove bustine di zucchero. Guarda, le ho trovate ieri. Sono molto belle… quasi quasi me ne conservo qualcuna. Si lo so, tanto poi le butto uguale. Chissà cosa se ne fa lui delle bustine di zucchero.

Che ti hanno dato oggi al mercato del pesce? Come niente? E non hai fame? Ah… hai rubato una trota al quarto tavolo, dilla tutta. Un giorno quel tizio verrà a cercarti per quante sardine gli hai rubato, sappilo.

Sta tranquillo, non gli dirò che abiti qui.

trenta secondi

Pensi di aver capito tutto eh? Che noia, sì che noia… chiudi pure gli occhi.
Ti son bastati una ventina di secondi per capire tutto. I soliti archi, ne hai sentiti di migliori.
Eppure parliamo del Genio: com’è possibile? Ti stavi divertendo.

Dieci secondi di tempo per passare alla fase REM che proprio sul più bello, su quel decimo secondo qualcosa scombussola tutto e spalanchi i padiglioni, sempre con gli occhi chiusi, non ne hai bisogno. Un po’ come Beethoven.

Poi ti ricordi che Beethoven ci vedeva bene, o comunque sicuramente ci vedeva meglio di quanto ci sentisse, dato che era diventato sordo. E non cieco.

Inciso a parte, è proprio sul trentesimo secondo che la serata cambia. Si stava mettendo male quando lento l’oboe ti arriva fin nello stomaco, sospinto dagli archi.
Poi riapri gli occhi, che succede? Ancora i soliti archi? Vorresti riascoltare quei 30 secondi, eh?

Tanto lo sai come funziona: aspetta un altro po’ e riprenderanno il tema, con calma. Non c’è fretta questa volta.

Il mare in pausa

- Ci sono dei posti dove il mare, ogni tanto, si stanca.
- Perché si stanca?
- Forse perché in quei posti arriva dopo un lungo viaggio.
- E cosa fa quando è stanco? Si può mica riposare?
- Certo che si può riposare. Io l’ho visto il mare mentre si riposava, come un’enorme granita. E poi se segui la granita arrivi ad un punto in cui non è più stanco e comincia a muoversi e vedi che cerca di risvegliare la parte addormentata. Non ce la fa, continua, imperterrito, lentamente… Finché non si stanca. Se si stanca.

E ho visto una ragazza giocare con le pietre, sulla granita. Aveva i capelli ricci e gli occhi azzurri, come il mare a riposo. Come il cielo riflesso dall’enorme granita. Ha messo le pietre in tasca e s’è affacciata sulla granita. A un certo punto il vento ha cominciato a ululare. Lei allora ha tirato fuori le pietre e ha cominciato a tirarle contro la gigantesca granita, per aiutare il vento e la parte di mare sveglio. Tutti e tre han tentato di risvegliare quel lembo addormentato, come quando vai in bagno e nell’attesa seduto, ti metti a leggere e poi ti si addormenta una gamba, o due. Cerchi di muvoere la gamba stessa per aiutarti a risvegliarla, e usi anche le mani per smuoverla quando è profondamente addormentata. Poi arriva un topolino e ci lancia contro delle biglie. Qualcosa del genere.
Prima o poi la gamba si sveglia.

Fino alla nausea

Mi racconti una storia? Lo sai che senza una storia non dormo.
Quale vuoi che ti racconti?
Quella del soldato che torna dalla guerra…
Ancora?
Sì.
Te l’ho raccontata già tante volte…
La voglio ascoltare ancora! Mi piace quando la Signora gli fa la sorpresa.
Te l’ho detto che quella lì non è una vera signora…
Sì, lo so.. è la Nera Signora. È bella la storia del soldato, mi piace. E poi non lo so se muore, sai? E se muore muore perché poi qualcuno racconti questa storia, ancora tante altre volte, fino a che non muore. E poi chi l’ha sentita raccontare e rimane ancora sulla terra continuerà a raccontarla.

Ma perché il soldato s’è spaventato, alla festa?
Perché c’era questa signora vestita di nero, molto elegante…
E si è spaventato?
Beh, sì.. l’ha riconosciuta subito.
Com’erano le altre donne alla festa?
Erano bellissime. Allora tutte le donne erano bellissime. Avevano abiti colorati ed eleganti, chiari. Faceva molto caldo. I camerieri portavano da bere in enormi enfore che poggiavano sulle spalle.
E la Signora non aveva caldo, col vestito nero?
No, lei non non sente né il caldo né il freddo.
Non ci credo.

Se non vinci, non esci

Eureka!

Mentre era intento ad affettare un salmone rosso intero con una mannaia, il Re sentì un leggero ronzio. Non poteva essere un insetto: li aveva banditi con un decreto su rotolo di scottex che il suo banditore di fiducia aveva letto in quartierevisione.
Il ronzio si faceva più intenso così il Re posò la sua mannaia e si affacciò alla finestra: veniva dall’esterno?

La Nave Interstellare era arrivata: la aspettava ormai da anni e proprio ad ora di pranzo, nel momento critico della giornata, gli ambasciatori si fecero vivi. Il Re si tolse di fretta il grembiule da cucina, corse a lavarsi le mani e andò incontro agli ambasciatori.

Le porte della navicella erano ancora chiuse; l’unica porta, si intende. Come mai gli ambasciatori non vengon fuori? Cosa sta succedendo nella navicella che impedisce, o rallenta, l’uscita?

È una partita a scacchi: la navicella va guidata giocando una partita a scacchi contro il computer di bordo. Per questo è facile entrarci ma non uscirci. Allora le porte si aprono quando la partita è finita e solo se il pilota vince. In caso di sconfitta si deve subito ripartire. La patta da diritto ad un’altra occasione.

La partita si sta mettendo male, chi l’ha costruita questa navicella?

La Nave Interstellare

Sedetevi pure.

Una… mmm.. quanti siete? Non saprei.. ci porteresti una decina di caffè per favore! Poi man mano ne aggiumgiamo altri.

Eh giusto: non prendete mica tuti il caffè così com’è, amaro. Stavolta lo berrete amaro, oppure andate al bancone e chiedete quel che vi pare. Qui non si paga. Non di certo perché paga lo stato.

Quale stato? Già, bella domanda.
Non ponetevi troppi quesiti, non adesso.

Non so quanti siete ma siete interessati sicuramente a sapere dei due ambasciatori e della nave interstellare. Ebbene, leggete pure
con calma
sorseggiate ogni tot parole
righe
punti.

Una parte di questa storia l’ho trovata nella stanza segreta delle poste: un foglio A4 piegato in tre parti, carta spessa, morbida, ancora bianca. Sulla busta un francobollo della Nuova Zelanda. Questa busta era contenuta in una busta più grande, francobollo timbrato a Las Vegas raffigurante un musicista nero, in pigiama, mentre suona una tromba. Quello della Nuova Zelanda invece raffigura il tesoriere Gollum mentre accarezza uno coniglio. Prima di strozzarlo e mangiarlo, si suppone.

Ciò che posso raccontarvi degli ambasciatori è che sono un uomo e una donna, alti. No, non biondi. Anzi, lui tinto platino, lei no. Lui indossa un baschetto francese, degli occhiali da sole con elastico, più simili ad occhialini da nuoto, cappotto lungo e nero, simile a quello che indossava il messia di Zyon. Lei una camicetta ottocentesca, da capitano di nave, un corpetto morbido, un cappotto lungo come quello del messia di Zyon e un cilindro. Sono d’accordo con voi: un minestrone con carote, carne di struzzo, porri e maccheroni di soia avrebbe sicuramente una migliore armonia.

Quel che a noi interessa degli ambasciatori, è che sono gli unici a poter aprire dei varchi spazio temporali e sono gli unici a scoprire in anticipo dove i varchi stanno per apparire. È per questo che portano con loro un enorme telescopio tascabile. Io ho visto loro mostrare un varco su Saturno, poco prima che si aprisse il varco nel villaggio. Proprio mentre il falegname e il macellaio eran tornavano in sala da pranzo agli ordini della Signora. Poco prima che le corde vocal della stessa dilaniassero lo spazio tempo collegando fugacemente il villaggio e Saturno. In quell’istante la Principessa Triste ebbe un fremito. Veniva da lontano, forse a provocarlo era stato il vecchio Re. Forse perché relegato su Saturno?

L’ho vista muoversi fra gli alberi, mentre l’ambasciatore preparava la nave interstellare. Lenta e sospettosa girava attorno alla nave. Un’enorme varco per salire sulla nave, un piccolo foro (un forino), per tornare indietro.

Ha perso la sua occasione la Principessa, e ancora più triste e mogia è tornata a tavola, mentre gli ambasciatori si allontanavano verso Saturno, prima che un nuovo canale si aprisse, per ricongiungerla alla sua famiglia.

Tornerà… la nave tornerà al villaggio, forse per un’ultima volta, forse tornerà più spesso. Quel che la Principessa non sa ancora è che una volta salita a bordo, sarà difficile scendere.

Perché mai? Questo è quello che vorrei cheiedere a voi. Perché è così difficile scendere dalla nave interstellare? Cosa è nascosto sulla nave?

Bevete pure il vostro caffè, pensateci su. Io vado a cercare nei sotterranei delle poste. Ci sono ancora montagne di lettere che non ho aperto.

Leverpostej

Come ci siamo finiti suduti a questa tavola, non l’ho ancora capito. In quello accanto una pletora di armadi biondi divora maiali quasi vivi.

A noi prigionieri ci tengono a Leverpostej. Siamo 6, 4 stranieri. Ho provato a spiegarglielo a quegli’altri che siam stati fatti prigionieri da una nave vichinga mentre eravamo inseguivamo il Re Salmone sovrano del Mare del Nord, ma quelli sembrano snobbarci. Dicono di essere qui in vacanza.

Vacanza!? Siamo aglio ordini del Capo villaggio e della Matrona. Sono loro a comandare qui. Seduti con loro c’è la dama del Capo villaggio, il fabbro, il capo delle guardie, l’ammiraglio, il consigliere, la matrona regina della cucina e delle sale da bagordo. C’è anche la figlia del vecchio sovrano, la Principessa triste. Vaga lenta e sola per le sale, mangia al tavolo della matrona, insieme alla prigioniera traditrice. Lei è quella che ci farà ammazzare, ce l’ha scritto in faccia. Ci sono altri tavoli di inservienti e lavoratori, tutti bianchi come la sabbia fine di quegli atolli dove le loro navi non hanno mai attraccato.

Com’è possibile che un fabbro mangi col capo villaggio? Se solo poteste vederlo, non fareste questa domanda: è alto due metri e largo altri due metri, ha due gambe e la barba molto lunga. E ha un nome breve, due sole lettere: non ho ben capito come lo pronunciano e quali siano, ma sono due.

Io l’avevo detto a quei prigionieri stranieri di starci dietro, di crederci, di venir con noi se volevano scappare. Ce n’eravamo accorti: c’erano attriti fra il Capo e la Signora. C’era una festa, un banchetto con tantissimi maiali da divorare, tanto Leverpostej e tanta di quella birra da riempire il Mar Baltico. Durante i banchetti è la Signora a dirigere cibo e musicanti, ed è così che ha fatto innervosire il Capo Villaggio. Lui ha attaccato i musicisti, ha lanciato contro i loro strumenti un maiale intero. La Signora allora s’è infuriata, sia per la musica che per il cibo, e distendendo le corde vocali ha fatto partire un urlo talmente potente da rompere tutti i boccali di birra. La birra s’è riversata dovunque. I pezzi di vetro ancora per aria messi in vibrazioe dall’urlo potente e sostenuto, innaffiati di birra, a contatto col sangue dei maiali uccisi hanno anno creato un istantaneo varco spazio temporale. Io e il mio socio l’abbiamo subito riconosciuto: c’era successa una cosa simile dieci anni or sono, in Siberia. Ci siamo tuffati dentro e ce ne siam scappati, così siam finiti qua. Credo che tutti gli altri avessero scambiato il varco spazio-temporale per una manifestazione della dea Freyja.

Ben gli sta, agli stranieri! Gliel’avevamo detto, ma non ci hanno creduto. Speriam sian stati mangiati da quei vichinghi: che tanto se ci mettessero del fegato umano, nel Leverpostej, non se ne accorgerebbe nessuno.

Piove disagio

Quando fa freddo l’acqua del lago si ghiaccia.
Già è difficile capire che si tratta di cinque laghi stretti, lunghi, curvi, invece che di un fiume; capire che puoi passeggiarci tranquillamente, da una sponda all’altra è un’altro libro, un altro genere.

Una sensazione già provata: camminare sulla superficie dell’acqua, e sperare che il ghiaccio non crepi da un momento all’altro. È uno stile di vita.

Così come lo è costeggiare il lago, giorno dopo giorno, vederlo ghiacciato in vari momenti: in parte, a metà, con aree d’acqua e voler a tutti i costi camminarci sopra. Giorno dopo giorno aspetto il momento giusto, giorno dopo giorno ti ripeti che vorresti farlo. Ma ora fa troppo caldo, tanto il freddo tornerà da capo.
E magari arriva l’estate.
Tanto tornerà ancora l’inverno.
E poi ancora e ancora e ancora e ancora e ancora
ma anche questo è uno stile di vita.

C’è l’impavido, il coraggioso, il razionale, il fifone, il premuroso e il fortunato e lo sfigato. E quanti altri. Chi per scelta chi per forza.

C’è chi di notte dorme,
chi no
perché il tempo scorre lentamente
perché va troppo in fretta
perché è passato tanto tempo
perché piove disagio
e nessuno ha inventato ombrelli per l’occasione.

Lo capisci chi prova disagio o no, capisci chi può provarlo o no.. se l’hai provato, intendo. Glielo leggi neglio occhi, non è difficile.
Beh, non sempre.. la paura può sempre mascherare tutto. Non è sempre detto che chi prova disagio è immune alla paura. La paura maschera tutto, cambia faccia, cambia completamente moneta. Starci alla larga, dobbiamo!, il maestro direbbe.

Piove e non te ne accorgi,
ti sei accorto che nevica?
Le strade sono bianche quindi ha nevicato!
Ma la neve non l’hai vista.
Piove e non te ne accorgi?
I tetti sono bianchi e le strade no, qualcuno ha lavorato sodo.
Ha nevicato
l’hai visto?
no!
Piove e non te ne accorgi, ma dove vivi?
Dove piove quando nevica
e le strade non sono bianche
l’acqua ghiaccia
e puoi cammiarci sopra
se scegli il momento giusto,
se sei fortunato.

In barca di notte

La luna assume svariate forme. Matematicamente sono infinite e variano fra una palla e l’altra, passando per la nuova. Ogni forma, ogni spicchio, puoi vederlo ruotato in altrettante infinite maniere.

La luna assume diverse posizioni, ma ce n’è una…
Ce n’è una che ogni volta non ci dormi.

La barca. È grande, enorme, ed è rivolta verso l’alto. Sembra pochi metri sopra le teste, ma è più lontana. Quando la barca è in cielo non dormo. È come se ci fosse qualcuno a traghettarla, da una parte all’altra del cielo, aspettando che faccia giorno.

Sono sicuro che dalla terrazza del Brividivendolo è possibile vederlo in faccia il traghettatore. Chissà dove va. Forse è possibile anche salirci e fare un giro fra le valli, le tre valli che dormono e ti cullano, oltre la città.

Da quelle parti c’è un poggio e si racconta che ogni volta che in cielo c’è una barca, quei giorni lì, vengano imbottigliate le migliori bottiglie. Queste poi vanno stappate solo e soltanto quando c’è una barca in cielo.
Leggenda vuole che queste bottiglie siano magiche e che vada rispettato il rituale.

In cielo c’è una barca e qui ho una di quelle bottiglie.

Bach lo sapeva e lo sussurrò all’orecchio di Goldberg

Qualcuno disse che i segreti fra due persone non sono più segreti.

Bastian ne conosceva uno, un segreto pesante quanto un grattacielo, quanto un transatlantico, quanto un iceberg intero! Passeggiava per le strade infreddolite, tornava a casa. Una lunga passeggiata per rinfrescare le idee. Era da un po’ che ci pensava, voleva congedare il suo segreto, ammazzarlo. È semplice uccidere un segreto; oppure lo sembra soltanto, semplice.

Era appena sceso dal treno, continuava a pensarci. Quell’incontro l’aveva fulminato e l’idea di uccidere il segreto balenava fra un orecchio e l’altro già da un po’: faceva la spola, da destra a sinistra e poi ancora da sinistra a destra, da destra a sinistra e poi ancora. L’incontro l’aveva illuminato, o forse confuso. Era ormai sull’orlo della scogliera, giù o mai più.

Per strada s’era rasserenato e aveva deciso che era orla di farla finita.
C’era ancora un posto aperto a quell’ora, il Ciccillo. Ancora aperto. Seduta ad un bancone, davanti la finestra, ad osservare le piccole onde che deformavano la luna, c’era seduta una giovane. Bionda, biondo scuro, una montagna di capelli legati in maniera sciatta ma ricercata, occhi azzurro perso, un inconsueto neo sul viso vicino la bocca. Minuta ed elegante.

Sembrava triste; quasi triste. Non lo era ancora, anche il suo stato d’animo sembrava sull’orlo di quella scogliera; aveva lo sguardo di chi cercava solo del coraggio.

Quando Bastian incrociò il suo sguardo prese la decisione. Lei abbassò lo sguardo, riprese in mano la tazza e sorseggiò il suo infuso. Bastian non andò più a casa, andò a svegliare Johann, lo fece sedere allo sgabello e gli disse tutto. Stetterò in piedi tutta la notte: Johann seduto, Bastian si alzava e si sedeva in continuazione. Fumava la pipa, andava avanti e indietro mentre parlava.

E ascoltava.